Io Triumphe, caro vecchio Milan


Wembley, Empire Stadium, 22 maggio 1963

Quando ci siamo seduti nuovamente accanto a Vittorio Pozzo, pochi istanti prima dell'inizio del secondo tempo, Winterbottom se n'era già andato. Monsù, interrogato dal nostro sguardo, alza le spalle. "Ha detto che il Benfica vincerà sei a tre, o forse sette a uno". Certo, dev'essere un'ossessione, pensiamo. Là sotto però, in effetti, non tutto girava per il verso giusto, ma le cose cambieranno. Il Milan ha vinto. Già: una squadra italiana è campione d'Europa. A Pozzo brillano gli occhi, è emozionato. Essendo proiettato nel futuro anteriore, usa già il passato remoto. Gli chiediamo quale sia stato, a suo parere, il momento topico della partita, l'istante in cui essa è girata improvvisamente, insesorabilmente, definitivamente dalla parte del Milan: "il fallo commesso da Pivatelli su Coluna nel secondo tempo, quando le due squadre erano tornate, come risultato, alla pari: un fallo che mise praticamente fuori di combattimento lo stratega, il regista della squadra lusitana", sostiene Monsù. Un fallo premeditato? Non risponde, ma si capisce benissimo che gli sono tornate in mente certe proverbiali prodezze di Luisito Monti.


Cornice di pubblico triste. Wembley, enorme catino, si riempie solo a metà. Circa ventimila italiani: la maggior parte "residenti per ragioni di lavoro a Londra o nei dintorni", precisa Pozzo. Tremila portoghesi paganti - non pochi. E gli altri? Inglesi, "veri studiosi ed amatori del gioco". Già. A proposito, Monsù Poss: chi era Frank Borghi? "Eh eh eh ..." (e mica risponde).

Certo che, mettendo Pivatelli finta ala, Viani e Rocco han dato l'idea di avere paura di perdere. E Benitez su Eusébio, in avvio: un errore madornale. "Più tardi, a rete dei lusitani già subita", aggiunge il vecchio CU, "dovevano accorgersi degli errori di schieramento commessi, ed allora essi mandavano Trapattoni su Eusebio, e ritornavano Mora all'ala destra, mandando Pivatelli sulla sinistra. Due mosse, queste, che dovevano avere un valore determinante per il loro successo".
Siamo coerenti, monsù: ha inciso di più l'azzoppamento di Coluna o la risistemazione della scacchiera? "Eh eh eh ...".
D'altra parte, anche il Benfica è partito col freno a mano tirato. Hanno un portiere ansiogeno. Ma hanno anche Eusébio, un iradiddio, bellissimo il suo gol. E' andata bene, hanno sfiorato il raddoppio. Se Simoes non sparacchia fuori, si prospetta una goleada. E' a quel punto che il Milan si sveglia, o che il portugal si addormenta. Altafini spreca qualche opportunità, ma nella testa di Rivera inizia ad accendersi qualche lampadina. E nel secondo tempo la musica cambia.



Velocità, opportunismo, fortuna: sono le migliori doti di un centravanti moderno, e a José Altafini di sicuro non mancano. Se si impegna, nessuno al mondo lo vale, oggi come oggi. Non sempre si impegna: probabile che, nell'intervallo, Rizzoli gli abbia sventolato sotto il naso qualche centone. Così lui, di rapina e di fortuna, grazie ai suoi riflessi svelti abbinati a reattività muscolare, ha uccellato due volte in pochi minuti il depressissimo Costa Pereira.
L'azione del primo gol era da calcio balilla; su quella del secondo, chiedete a Ghezzi cos'avrebbe fatto se l'oriundo avesse sbagliato. Due a uno, game over. "Io triumphe, caro vecchio Milan", sbraitava Gioannfucarlo a qualche metro da noi, accompagnando l'enfasi con gestacci rivolti agli inglesi: e che c'entrano loro? "Ha conquistato ieri sera a Wembley la sua prima Coppa dei Campioni d'Europa. Ha avvolto i reputati portoghesi del Benfica e li ha stritolati nell'irrestibili spire del suo gioco": sta dettando al telefono, è ispirato. Non stima i sudditi della regina, e l'occasione è buona per dimostrarlo. "Tiè", dice a un book-maker che l'ha raggiunto per onorare il pegno e l'interesse: Gioann aveva scommesso sul Milan, e un inequivocabile ghigno fa da traduzione al censurabile, simultaneo gesto.





Gli inglesi. Adesso sono entusiasti di noi. W l'Italia, e W il WM all'italiana. Arriva un collega del Daily Express: "amigos" dice, "è stato un pomeriggio di magnifico calcio, sotto un sole caldo, un gioco ricco di tutte le passioni, di tutto il fascino, di tutto il dramma e di tutta la gaiezza che sono propri del calcio europeo". Alla buon'ora, dunque esiste un calcio 'europeo'!
"Fu il Milan, con il suo lavoro di squadra di tipo inglese, che finalmente impose la sua autorità nella partita, con un controllo della palla da mozzare il respiro e con una coesione eccezionale". Pozzo lo guarda un po' stranito. E' un discorso che non gli piace e non gli è mai piaciuto. In effetti, si può dire volendolo dire, giochiamo anche noi con una specie di WM, certo che Rocco l'ha un po' imbastardito.
"Sì sì", fa eco uno del Daily Mirror, non sarà un WM ortodosso, ma lo spirito è stato quello del WM. Non ha tutti i torti. A un certo punto i pedatori milanisti hanno organizzato un assedio, non sembravano particolarmente italiani - se si escludono le scaltrezze e le ruvidezze di qualche specialista del randellamento consumato o improvvisato. A ogni modo, lo scribacchino del Mirror si è innamorato di Rivera: "il gioco è stato dominato dalla confidence e dall'abilità di Rivera, che a diciannove anni è ormai il migliore giocatore d'Europa. Questo ragazzo ha il mondo dei calcio ai suoi piedi: e ci ha dimostrato perché. Il suo tocco della palla è leggero, la sua capacità di controllarla incredibile, la sua lettura del gioco anticipata e le sue aperture intelligenti. E' stato lui che, quasi da solo, ha capovolto le sorti della partita dopo il primo tempo. Paragonato a lui, lo stesso Eusebio non è valso nulla".
Esagerazioni? "Macché", interviene Rodolfo Pagnini, prezzolato da L'Unità: "così pallido, così smagrito, dove sia andato a trovare tanta energia è un vero mistero. Gianni ha tardato a trovare la carburazione, ma quando ha innestato la marcia giusta, il suo prodigioso motore, la sua fertilità inventiva, il suo modo - oggi forse unico - di trattare la palla hanno finito per far pendere la bilancia nettamente dalla parte italiana".
E' chiaro, il mondo comincia a dividersi tra riveriani e antiriveriani. Brera, che ha orecchiato, fuma, sbuffa e si acciglia. Pagnini è estasiato: "questa è stata la partita più bella e avvincente che mai ci sia stato dato di vedere". Tutto sommato, alla fin fine, 'sto Benfica non è gran cosa, vero? "Non è il Real Madrid dei Di Stefano, dei Santamaria, dei Gento" (giusto, ma perché omettere a bella posta il nome del magazziniere, un tale Ferenc Puskas?), "il suo gioco ordinato, minuzioso, calibrato, manca dell'inventiva, dello sprint che caratterizzava il club del grande Alfredo". Può essere, ma Eusebio è pur sempre un castigamatti: "bloccato lui, il Benfica non ha molte carte da giocare" (vero: il Trap l'ha messo a tacere, d'altra parte non è tipo da concedere lunghe e raffinate conversazioni).
Irrompe Ezione De Cesari, spedito sull'isola dal Corriere dello Sport nella speranza che trovi qualche motivo per restarci. Gli interessa cantare la gloria del calcio italico, che ottiene "il massimo alloro del dopoguerra". Ci sono voluti diciott'anni. "L'ossessionante supremazia iberica" è spezzata.
Il futuro è roseo; e la rosea a quest'ora avrà già venduto milioni di copie. Rovelli, infatti, tornava in tribuna stampa dopo aver incontrato i dirigenti del Milan. Ha parlato con Viani. "Sulla faccenda delle marcature, sulle variazioni che avete adottato, che cosa dice?", gli ha chiesto. "Uhm", fu la risposta: aveva bisogno di riflettere, come si trattasse di una cosa accaduta trent'anni prima. Così Rovelli si è inventato la risposta che trovate oggi in prima pagina e in corsivo italico, mentre Gualtiero Zanetti avrà intasato la colonna sinistra di fregnacce retoriche e milanistiche.
Ma sì, diciamo a Monsù Poss. Si è visto benissimo che è stato Maldini a decidere il cambio di marcatura. Ha detto al Trap: "vai sul negro e non fargli più prender palla", e il soldatino ha eseguito l'ordine.


Qualcosa trapela anche circa le parole e le parolacce volate durante l'intervallo, nello spogliatoio milanista. Altafini, mentre Rocco lo strigliava e i compagni lo accusavano di avere poco fegato, avrebbe dichiarato: "il mio vero culo non è ancora venuto fuori fino ad ora", e non si riferiva solo al primo tempo della finale ma, in termini generali e complessivi, alla sua carriera; e, appunto, è venuto fuori nel secondo tempo, tutto in una volta. La palla schizzava qua e là, e non potendo decidere da sola la propria traiettoria finiva sempre tra i piedi di José, e da lì alle spalle di Costa Pereira, anche controvoglia come in occasione del due a uno.
Infine, José pretenderebbe ora che Ghezzi mantenesse fede ai voti fatti. Dato che la finale è stata vinta, deve smettere di giocare. L'aveva promesso. Altafini era l'unico a saperlo, sicché ora ricatta il povero portierone, e per non vuotare il sacco gli avrebbe chiesto almeno la metà del milioncino stanziato da Rizzoli per la conquista del trofeo. Difficile crederci: probabilmente gliel'ha chiesto tutto intero, e poi vuoterà il sacco ugualmente, arricchendo la storiella di dettagli poco edificanti. Dopo quel che ha combinato oggi, potrà permettersi questo ed altro.


Insomma, l'atmosfera è festosa, turbata solo da dicerìe e amare prospettive. E' certo, per esempio, che il Paròn se ne vada. Le panche del Tottenham o dell'Arsenal o del Chelsea sono già occupate, e dunque  lui rientrerà in Italia con la squadra, i dirigenti, i giornalisti, ma poi si accaserà a Torino. Non farà come Mourinho a Madrid nel 2010: questione di stile. Del resto a Milano, laggiù nel Montana, ora come ora uno tra lui e HablaHabla è di troppo, e in fondo non si tratta di un addio.
Guttmann, da Montevideo, avrebbe rilasciato un'altra profezia: il Milan tornerà a vincere una coppa dei campioni solo quando Rocco sarà tornato sulla panchina del Milan. Ci ha azzeccato: accadrà tra sei anni, nel 1969. Il povero Benfica, invece, dovrà aspettare la notte dei tempi, e se tutto andrà bene rivincerà la coppa dei campioni d'Europa, qualunque ne sia il logo, il nome e la formula, prima della fine della storia del calcio. Cavoli suoi.
"Io triumphe, caro vecchio Milan". Insieme a Monsù Poss, passeremo a salutare Walter Winterbottom, e poi torneremo nel nostro amato paese. Che, da oggi, è tornato a essere il paese do futebol.

Mans



Post scriptum: naturalmente, le parti non inventate - cioè quasi tutti i virgolettati - sono tratte da fonti autentiche, coeve e posteriori. Ciò che non è documentato o documentabile, è da ritenere comunque del tutto verosimile.