Unforgettable: il 2014 di Lukas Podolski

31 dicembre 2014

Wembley, 17 maggio 2014 ...
Lukas Podolski, 30 anni a giugno, sembra in rotta con l'Arsenal. Sembra possa lasciare il club nella finestra di calciomercato di gennaio. Alcune voci lo dicono vicino all'Inter. Costituirebbe anzi la risposta di Thohir al colpo di Galliani, che ha portato Cerci al Milan. Ovviamente, sul piano del prestigio e dei risultati in carriera, tra i due non c'è (non ci sarebbe) confronto. Noi di Eupallog speriamo di vederlo davvero sui campi italiani. E' un nostro 'beniamino'. Per questo siamo andati a rileggere la storia recente di Poldi. Quella del 2014, partita per partita. Affinché - dovesse arrivare, dovesse sfondare o dovesse deludere - si possa eventualmente disporre di dati su cui misurare il suo rendimento pedatorio nel 2015.

* * *

L'Arsenal inizia il 2014 sorprendentemente in testa alla Premier League. Ha però qualche problema in attacco. Nel senso che le migliori punte centrali sono in infermeria. E anche Theo Walcott non gode di ottima salute. Reduce da un lungo infortunio ma 'sano' è invece Lukas Podolski. Una grande risorsa per Wenger, che tuttavia lo considera un attaccante esterno - i numeri sulla maglia contano poco ormai, ma perché a Poldi piace il 'nove'? - e storce il naso quando gli suggeriscono di schierarlo a sostituzione di Giroud o di Bendtner. 

A ogni modo, si deve fare il brodo (e i punti) con quel che c'è a disposizione. Podolski ha ventotto anni (e mezzo), ha smesso da poco gli abiti di Santa Klaus e così, pieno di fiducia, scende in campo da titolare all'Emirates nella prima partita del girone di ritorno, a Capodanno. L'Arsenal riceve il neo-promosso Cardiff, che veleggia in acque basse della classifica. I Gunners faticano; Poldi ancora di più. Wenger lo sostituisce al 65° con il danese Bendtner (a misplaced Podolski pass proved the final straw for Wenger, who immediately replaced the German with the big Dane: vedi), ed è proprio  Bendtner che schioda il match a due minuti dalla fine. Buon segno? Cattivo segno? Beh, povero Poldi, non giocava da quattro mesi and he lacked a little bit the sharpness that is needed up front. He needed a game and he got it today. it was not easy for him because Cardiff were very well organised and worked hard: parole di Arsene, difensore d'ufficio [vedi].

Quattro giorni dopo, ancora all'Emirates, c'è un atteso derby di FA Cup (Third round proper). Il derby londinese per eccellenza: Arsenal-Tottenham. Dicono taluni: Giroud is struggling with an ankle problem, so Podolski should feature in the starting lineups [vedi]. Dicono altri: one of the factors Spurs will be hoping to expose in their opposition is Arsene Wenger's lack of options up front. With Nicklas Bendtner injured and Olivier Giroud ill the manager will be hard-pressed to find an out-and-out striker today. Lukas Podolski is on the bench and Wenger will likely need him before the 90 minutes are over [vedi]. Vero, Poldi siede in panchina, e si alzerà solo per tornare negli spogliatoi alla fine del primo e alla fine del secondo tempo. Vittoria casalinga e classica (gol di Cazorla e dell vecchio Rosicki). Applausi.

Poldo ripoggia per novanta minuti i deretani sulla gloriosa panca di Villa Park nel Monday Night del 13: vede i compagni dominare nel primo tempo, boccheggiare a fine partita. "Wenger mi sta risparmiando in vista del Fulham", dice al compagno e amico coreano Park-Chu young (foto), che chissà se capisce un'acca di quest'argomentazione . La versione dei media è diversa. Lukas Podolski has done little to dispel speculation that he is unhappy at Arsenal after reacting to Arsene Wenger’s decision to leave him on the bench against Aston Villa [vedi].

Il pullman del Fulham passa davanti alla statua di Chapman il 18 gennaio, e qualche tremore emerge nei pensieri dei Cottagers. "Speriamo non giochi Podolski", si dicono l'un l'altro, con semplici sguardi. Wenger esaudisce i loro desideri, il tedesco non gioca. Anzi sì, ma solo gli ultimi venti minuti. Entra per sostituire un tale Serge Gnabry (e chi è mai? ah sì, un altro bocia teudisco), ma il referto della partita è già impacchettato e spedito in archivio: doppietta di (ancora!) Cazorla. Ciò nonostante, Poldi cerca di sfondare, ma senza fortuna: Substitute Lukas Podolski went close to grabbing Arsenal’s third goal of the game, as the German international was thwarted by a tremendous stop by Stekelenburg who tipped a rasping effort onto the post in the 71st minute [vedi].

Why doesn't Podolski play?, si chiedono i supporters dell'Arsenal [vedi]. "Semplice", pensa Lukas, "Arsene mi tiene fresco per la coppa". E difatti, Poldi scende in campo all'Emirates il 24 gennaio, quarto turno di FA Cup, e fa il diavolo a quattro. Due gol in meno di mezz'ora, fantastico! Ah, contro chi? Contro il temutissimo Coventry Football Club, arenato nella League One (la terza serie, per intenderci) e sommerso dai debiti [vedi HL]. Così, il 25 gennaio, su "WorldSoccer", un articolista titola: Lukas Podolski Could Be the Key for Arsenal in Premier League Title Race [vedi]. Wow!

Riscaldamento, durante l'intervallo
"E chi mi toglie di squadra, ora?", presuppone il leggendario bomber. Il 28 cade di martedì, e la comitiva guidata da Wenger si reca a Southampton. Bella partita, l'Arsenal va sotto nel primo, ma rimonta e sorpassa all'inizio del secondo (Giroud e il redivivo Cazorla), poi ci pensa Lallana a cristallizzare un bel pareggio per una bella partita. E Poldi? Poldi c'è. Entra al 90°, Giroud non si regge più in piedi e ha preso pure un giallo ("non si sa mai", borbotta Wenger). Nemmeno il tempo di assaggiare la consistenza del prato e le rotondità del pallone: game over. La domanda corre di bocca in bocca: Did Wenger miss a trick by leaving out Podolski? E già. While the Saints were very much deserving of a point, after Arsenal completely failed to turn up in the first half, the one question on every Arsenal fan’s minds is why on earth didn’t Wenger start with Lukas Podolski, and then why did he delay his introduction [vedi].


"Ehi, amigo! Dovresti giocare un po' meglio!" (Ozili)
"E dunque alla prossima!", dice Poldo a quei suoi fans giunti fino al St. Mary's. La prossima (domenica 2 febbraio) è un derby con il Palace. Poldi è nell'XI di partenza. Primo tempo da dimenticare. Al 47° sblocca Oxlade-Chamberlain. Al 72° il tedesco esce, e un minuto dopo Oxlade raddoppia. "Sarà un caso?", rimugina Wenger. Che si dice? Podolski's afternoon was best summarised when he luckily skipped past Joel Ward, hesitated to shoot and was quickly closed down. Thirty seconds later, he got his shot off from 10 yards but blasted it well wide. "Poldi" is popular, though, and that intensified when he went toe-to-toe with Pulis, detested by Arsenal fans thanks to his Stoke stigma, after he animatedly accused him of fouling Ward. Invariably substituted, Podolski's anodyne afternoon came to an end in the 72nd minute. Oxlade-Chamberlain doubled the lead - and his tally - a minute later as Arsenal continue to be reliant on those further back, rather than up front [vedi].

Sabato 8 febbraio è il giorno della disfatta. Un giorno nerissimo nella storia dell'Arsenal. Niente da fare, anche quest'anno la Premier finirà in altre mani, e lo si capisce proprio l'8 febbraio ad Anfield. Si gioca all'ora di pranzo. Dopo venti minuti i Reds pensano già al tea delle cinque. Quattro a zero. Poi diventano cinque. "Mah sì, fatti una sgambata", concede Wenger. Poldi fa il suo ingresso in campo all'ora precisa di gioco. L'Arsenal segna il gol che attesta la sua presenza in campo. La 'sua' è riferito all'Arsenal, non a Poldi. Segna Arteta, su rigore.

"Poldi's on the bench e mi fa le boccacce", protesta Rooney
Si rigioca quasi subito, di mercoledì. 12 febbraio. Arsenal-Unted, facile (sulla carta) per i Gunners, visto come butta per i Red Devils abbandonati da Sir Alex e spericolatamente guidati da Moyses. "Mister, oggi tocca a me, dall'inizio!", implora Poldi. Insensibile Arsene! Finisce zero a zero, "e cos'avevo detto?", fa notare il tedesco a fine match. "Mi verrà il raffreddore, se continuo a marcire in panchina!". "Vedremo domenica", bofonchia Wenger. La sua esclusione pressoché sistematica stupisce la critica: It is more than bemusing that Podolski was not used late on against United as he is a very different player to any other at the Emirates, possessing a powerful running style and a genuine rocket of a strike he is not afraid to unleash from range [vedi]. I fan dell'Arsenal protestano:Bench Ozil! We need to start playing Podolski! [vedi].

Oh my God!
Domenica 16 febbraio c'è l'occasione di dare la sbornia con interessi ai Reds: quinto turno (vale a dire ottavi di finale) di FA Cup. Annunciano le formazioni. Gioca Podolski. Dal primo minuto. Mormorio incredulo dell'Emirates. Poldi è uomo di coppa. Chamberlain apre la partita, e Poldi la chiude. Esce tra gli applausi al 69° [vedi HL]. Ma, in fondo, perché esce? E perché solo un sei in pagella [vedi]? Ah, certo. Esce subito dopo aver messo giù Suarez e regalato un rigore al Liverpool (foto), riaprendo la partita. Wenger lo fulmina con lo sguardo.

Certo, tuttavia, Arsene non lo toglierà dagli undici, specie ora che arriva il Bayern, la sua ultima squadra, la squadra di Guardiola, la squadra campione d'Europa. Il big-match si gioca all'Emirates il 19. Wenger ha altri disegni (tattici). Il Bayern passeggia (due a zero). "Questa era la mia partita!", pensa Poldi, che accumula altri novanta minuti di frustrazione in panca. Ma intanto rivanga il passato. Ammette che le cose non sono andate come lui sperava. I believe that if Jupp Heynckes had arrived one or two weeks earlier in 2009, I would probably still be at Bayern now [vedi]. Sarà. Intanto, il suo compare Ozil ha ciccato un rigore, e la popolarità del turco-tedesco all'Emirates è in ribasso. Poldi, invece, è sempre un beniamino. Why Didn't Podolski Start? è il titolo dato da ArsenalFanTv al video con gli highlights della partita [vedi].

Si gioca a ritmo serrato. Arsenal-Sunderland, il 22 febbraio. Wenger promette cambiamenti, (Podolski must start up front, team-mates urge Wenger: vedi). "Poldo, te la senti di scavallare per novanta minuti? Qui c'è un sacco di gente che non si regge più in piedi". "Mister, non vedo l'ora". Trionfo dei Gunners: quattro a uno. Poldi avrà combinato sfracelli, pensano quelli che hanno appena saputo il risultato. Macché. Neanche un gol. Neanche un assist. Nulla o quasi - un bel tiro in porta da lontano è la sola cosa che le cronache riportano (vedi). "Hai fatto il portoghese", sussurra Wenger.

Sguardi differenti: uninterested
Primo marzo. Poldi, giochi a Stoke-on-Trent? "Certo, perché non dovrei?". Gioca, ma esce al 66°, siamo sullo zero a zero. Dieci minuti dopo, lo Stoke passa. Tre punti buttati via. "Io esco e quelli segnano: non può essere un caso": Poldi non le manda a dire, ma Wenger ha parecchie gatte da pelare e nessuna voglia di piagnistei. Anche tra quelli della Clock End inizia a sorgere qualche dubbio: Did almost nothing noteworthy. His movement was poor, his work rate was nothing special, and he just looked uninterested. Shouldn’t start the next game [vedi].

Poldi è partito. La Nationalmannschaft chiama, Gioacchino Manicarrotolata ha un debole per lui. O aveva? Joachim Löw demands more of Podolski and Ozil, riportano cronache informate. Secondo l'informato osservatore, i dubbi riguardano soprattutto Ozil: Podolski has been a bit-player since 2010 [vedi]. E' uno dei pochi centenari, sì, uno dei pochi ad aver disputato più di cento partite con quella maglia. In Brasile però sarà sicurissimo protagonista. E anche la Germania. Per questo occorre prepararsi bene. Poiché si andrà in Sudamerica, facciamo la conoscenza delle sudamericane. Bella sfida col Cile, il 5 marzo. Partita maschia, a Stoccarda. Com'è andata, Poldi? "Così così". In effetti, Gioacchino ha provato Klose, e messo in campo Poldi solo all'83°, al posto di Mario Götze ...

"La mia vera casa è l'Arsenal", ripete Poldi sull'aereo per Londra. Quarti di FA Cup, ai Gunners va bene perché (è il sorteggio) si gioca ancora una volta all'Emirates. L'avversario è pericolosissimo. Il lanciato, veloce e tignoso Everton. "Se le cose vanno come devono andare, ti metto un po' di benzina nei muscoli", lo avverte Wenger. Podolski only makes the bench (poor iPod), and Vermaelen stands in for the injured Koscielny [vedi]. Le cose non vanno bene: vanno benissimo. E allora Arsene decide che, in fondo, non vale la pena di infierire sui Toffess quando a cinque minuti dalla fine si è già sul quattro a uno. "Fai una corsetta fino ad Highbury, Poldi, così, per tenerti in forma". Poldi esce di corsa dall'Emirates, passa di fianco a Chapman, Chapman lo guarda e scuote il testone.

Poldi scrive sms e manda selfies a tutti i suoi amici di Monaco. "Venite a vedermi, martedì!". Tutti all'Allianz, una festa, ritorno degli ottavi di Champions. Nessuna speranza per l'Arsenal. Non fosse per Poldi, chissà mai. Lui, effettivamente, è carico come un bisonte. Prende un giallo. Segna Ribery. Poldi pareggia. Finisce uno a uno, troppo poco [vedi HL]. "Avessi giocato anche all'andata ...". Chi ha scommesso su un suo gol, oltretutto, si è arricchito: Bet365 lo quotava 9/2 [vedi].

Incombe il derby col Tottenham, a White Hart Lane. Anticipato, certo per via del calendario di coppa. Poldi è un portafortuna, Wenger l'ho capito. Parte negli undici, Rosicki segna subito. "Vieni Poldo, devo darti un'istruzione", lo chiama Arsene. Di nascosto, intanto, mentre finge di dirgli qualcosa, ordina la sostituzione. Fuori Podolski, dentro Nacho Monreal (e chi è?). Corre il 77° minuto della partita. Dopo il triplice fischio, tuttavia, chi è quel giocatore dei Gunners che si butta a raccogliere gli osanna dei fans? Poldi, naturalmente (foto). At the final whistle the players went to the away fans to thank them for their support. German Arsenal forward Lukas Podolski went one step further, jumping into the crowd to celebrate with the fans. Podolski probably bleeds Arsenal [vedi].
 
Insolazione!
Inizia la primavera, alle porte c'è un altro bel derby londinese. Il 22 marzo, a Stamford, si va a trovare la cricca di Mou. Poldi inciderà sicuramente, come ama fare nelle grandi partite. Sono trascorsi la bellezza di diciassette minuti quando Hazard, dal dischetto, insacca il terzo pallone. Tre a zero, il Chelsea cannoneggia, l'Arsenal è uno zatterone alla deriva. Poldi abbandona la nave al 24° (del primo tempo, s'intende). "Mister, perché mi toglie? Manca  parecchio alla fine!". "Come esterno sinistro non funzioni. Dentro Vermaelen". Finisce sei a zero. Not quite sure why it took Wenger six minutes to send Vermaelen on at left-back, Podolski – whose defensive limitations were a contributory factor in the debacle – coming off, detta un osservatore in tempo reale [vedi]. Colpa di Arsene, insomma.

Tre giorni dopo, l'Arsenal riceve i gallesi di Swansea. Bella partita. Ma solo un pari, due a due. Va avanti lo Swansea, il tempo passa. Wenger è disperato. Si volta verso la panchina. Fa la conta ("Pimpumdoro la lincia la lancia"). Dal mazzetto dei panchinari, esce Poldi. Esce e segna. Uno a uno. Un minuto dopo, serve un assist a Giroud. Due a uno. There is no doubt that substitute Lukas Podolski has turned this game around. Scored one and made one! [vedi]. Ci pensa quel reprobo di Flamini a rovinargli la giornata. Autogol al 90°. Povero Poldi, non se lo meritava [vedi HL].

Poldi is an enigmatic footballer. Podolski is a conundrum that Wenger will be desperate to solve [vedi]. Ultima partita di marzo, ancora all'Emirates, contro i Citizens. Poldi gioca - e ci mancherebbe. Anzi, per risollevare Flamini dalle recenti tristezze gli regala l'assist del pareggio. Poldi è stanco, e a dieci minuti dalla fine esce tra le ovazioni dei fans, sostituito da Chamberlain. Siamo al paradosso: Lukas Podolski the cause of and solution to all of Arsenal’s problems? [vedi]. Il problema di Poldi è la 'fase difensiva'. Partecipa poco. E se lo fa, è un guaio per i Gunners ... He can be devastatingly effective going forward but is occasionally a liability from a defensive point of view [vedi ancora].

Il 6 aprile, a Goodison Park, sarà un inferno, visto quel che è accaduto un mese prima. L'Everton sta vincendo tre a zero, Wenger è indispettito, lo si può ben capire. Ma perché togliere proprio Poldi al 66°? Forse gli altri stavano giocando meglio? The German forward would record five shots in just over an hour of action, but failed to yield any positive results. Ah, ecco: polveri bagnate. Si arrabbiano anche i suoi followers: Podolski the leader of selfie gang but on the pitch he isn’t a leader anymore [vedi]. Durissimi i giudizi della Clock End: Also left the defence exposed, and also created very little. Although, he tried to get in behind the Everton defence, and he had a good shot saved by Howard in the first half. With Ramsey now back, he too should be dropped [vedi].

Si è fatto male? No, è stato sostituito
Si va a Wembley, il 12 aprile. Per ora è solo la semifinale. Col Wigan, detentore del trofeo. Una sfida monumentale. Una montagma da scalare. Un club di Championship, che perciò risparmia energie e fa il castigamatti di coppa. Wigan have "no chance" of reaching the FA Cup final if Arsenal play to their full potential, says a confident Lukas Podolski [vedi]. Proprio percìò, Poldi, dev'essere la tua partita. Fai vedere perché porti il numero nove sulla schiena. Il Wigan è il Wigan, si conferma, passa alla mezzora (penalty) e si attesta. "Qui bisogna cambiare registro", pensa Wenger. E quindi? Quindi cambia il centravanti. Fuori Poldo, dentro Giroud. Wenger needed to react but his decision to replace Lukas Podolski, rather than the struggling Sanogo, with Giroud was met with a loud chorus of jeering from the increasingly anxious Gunners fans [vedi].Va beh, il pareggio lo firma pur sempre un tedesco. Inzuccata di Mertesacker. Poi i supplementari. Poi i rigori. Quelli del Wigan ne sbagliano troppi. Si torna a Wembley, Poldi! “Final step. See you in Wembley again….. #afc #facup #wembley #bfg #poldi #aha #redarmy” [vedi].


Tutto per voi!
Derby rilassante, quello del 15 con gli Hammers. Ormai la Premier è andata, del resto. Bella vittoria dell'Arsenal, tre a uno, in rimonta. Chi segna il gol più importante (il primo) e quello più inutile, il terzo, a un tiro di schioppo dal triplice fischio? Poldi, naturalmente [vedi HL]. E' famoso per questo. E' un feroce raddrizza- ma soprattutto un tremendo ammazza-partite, che spietatamente compare e infierisce quando le medesime sono già morte da un pezzo. Sette e mezzo in pagella: Dug his team out of a hole with the equaliser, and eased nerves with the third [vedi].

Domenica 20 aprile, Poldi si conferma. Trasferta in quel di Hull. Facile tre a zero. Lui ne insacca due. Ovviamente, mica il primo! [vedi HL]. La critica tace. He reckons if he keeps on scoring no one will talk about where he plays. He said: "When you score the goals nobody speaks about where you play". [vedi]. Il 28 - altro bel Monday Night - si torna all'Emirates. Altro tre a zero. A quegli smorfiosi francofili del Newcastle. Lukas Podolski has never started more than six games in succession for Arsenal and this is a record that he will match if lining up from the opening whistle against Newcastle. Sulle sue performance si fiondano gli scommettitori. Therefore, Podolski’s price of 6/5 to score in the 90 minutes should certainly be considered, while 9/2 is attractive odds that the 28-year-old opens the scoring. Taking the same price that he is the last goalscorer is not as lucrative though, as the former Bayern Munich man has completed the full 90 minutes in three Arsenal appearances all season [vedi]. Poldi fa il record ma resta all'asciutto. "Beh?", gli fa un cenno Wenger quando il match è agli sgoccioli. "Fammi vedere il tuo colpo preferito, il colpo di grazia!". "Stavolta preferisco non infierire, mister, ma almeno oggi vorrei giocare la partita per intero". Accontentato.

Penultima di Premier, il 4 maggio, tra le mura amiche contro il WBA. Ormai che si gioca a fare? Poldi vaga sul prato, riflette, pensa al futuro, non incide - giusto una sua sgroppata sulla fascia eccita l'Emirates. Uno a zero (Giroud), poca gloria, pochi applausi. Poldi pensa al futuro. Tra un mese esatto è il suo compleanno! Ma Wenger lo tiene bello caldo. Anche nell'ultima, inutile trasferta di Norwich. Poldi sta in campo novanta minuti, i Gunners vincono, lui corre su e giù ma spesso si trova in off-side e l'azione dell'Arsenal si spegne. Voto del Telegraph: 5 pieno [vedi]. Ma è un bel 7 per ArsenalFanTv: Worked hard for the team today, got into some great positions and could have had a brace at a minimum if he had brought his shooting boots with him [vedi].

E' tutta mia!
E' il grande giorno. 17 maggio. Wembley. Finale di FA Cup. Ci è arrivato anche l'Hull City FC. "Cosa?", chiede Poldi. "Embé?", risponde Wenger. "L'Hull City? Non abbiamo appena giocato contro l'Hull City?". "Sì Poldi, ma era una partita di campionato". Poldi è un po' confuso. Anzi, parecchio. Non conosce i giocatori avversari, non se li ricorda. Arsenal striker Lukas Podolski stunned a press conference when he admitted he had no idea who Matty Fryatt was. Hull City forward Fryatt has scored four goals in the FA Cup this season [vedi]. L'Arsenal gioca in dieci, anzi in nove. Il problema è che mancano clamorosamente i due tedeschi: Podolski e Ozil sono due fantasmi [vedi]. Va sotto, due a uno. A quel punto Wenger dice basta. "Poldi, fila negli spogliatoi!", urla. "Sì, mi scappa, un attimo e torno". Naturalmente, quando torna, si accorge subito che il suo posto è stato preso da Yaya Sanogo (After an unimpressive display, Podolski was replaced by Yaya Sanogo during the second half: vedi). I Gunners ribaltano il match, anche se hanno bisogno dei supplementari. Faranno il giro di Londra su un bus a tetto scoperto, e Poldi schizzerà champagne sulla folla festante.

Pardon, era un'altra stagione!

4 giugno: buon compleanno, Poldi! Cosa fai quest'estate? "Che domande. Metto a soqquadro il Brasile". Spiegati meglio. "Vado vincere la coppa del mondo. Prima faccio un salto a Magonza, c'è un bel test-match contro l'Armenia, il 6 giugno". Nel buen retiro italiano della Mannschaft, Poldi è su di giri e si capisce. Arsenal star Lukas Podolski once again demonstrated his fun side as the forward threw a jorunalist into a swimming pool at Germany's training camp [vedi]. Del resto, Poldi has developed something of a reputation as a practical joker during his time with Arsenal, dunque niente di cui stupirsi. Il 6 giugno, Poldi segna quello che rimane (per ora) il suo ultimo gol con la maglia della nazionale tedesca. Germania-Armenia sei a uno, ma gli va dato atto di aver messo dentro il pallone del due a uno [video]. E non solo: tre assist. Peana [vedi]. Intanto, si rincorrono le voci sul suo futuro. Andrà via? Resterà all'Arsenal? Lo vuole l'Inter, assolutamente, dicono le cronache, ma il club nerazzurro ha già le mani anche su Torres [vedi]. Lui preferirebbe restare all'Emirates: I have felt the warmth of the Arsenal fans in London from day one and I’m lucky that my open style went down so well with them [vedi]. D'altra parte, Arsene non ha alcuna intenzione di lasciarlo andar via: he will still count on the German striker for many years to come. He is valued for his experience and goal-scoring which are key factors for any team [vedi].

I mondiali, già. Facciamola breve. La Germania sbanca. Gioacchino Manicarrotolata ha spesso lasciato intendere che non farebbe a meno di lui nemmeno disponesse di Fritz Walter, Uwe Seeler, Gerd Muller, Karl-Heinze Rummenigge eccetera eccetera. Anzi. Poldi è l'unico ad avere il posto assicurato tra i ventitré da quel dì. La Nationalmannschaft gioca sette partite. Qual'è il bilancio di Podolski?  Otto minuti contro il Portogallo (entrato sul 4-0); tutto il primo tempo con gli Stati Uniti (esce sullo 0-0; alla fine vincono i tedeschi, seppure di misura). Tutto qui. 

Solitaria foto-ricordo

Inizia una nuova stagione. Poldi è campione del mondo. Ha in bacheca anche la coppa d'Inghilterra. E' un vincente, senza dubbio. Anche se gioca poco. Soprattutto quando non gioca, vince. Per questo ha bisogno di riposare. Per giocare avrebbe bisogno di lasciare l'Arsenal, tutti lo vogliono ma nessuno - è evidente - offre quattrino ritenuto sufficiente da Wenger. E' appena tornato dalle vacanze, è fuori forma (?) e per questo non c'è all'ouverture (10 agosto, Community Shield, avversari i Citizens, triturati con un eloquente tre a zero), e nemmeno alla prima di Premier (16 agosto, Arsenal-Palace 2-1), e nemmo a Goodison il 22 (Everton-Arsenal 2-2). Rientra al 77° di Leicester-Arsenal, il 31 agosto, sull'1-1, e la partita finisce così. Mica può fare miracoli.

Da allora in poi, giocherà solo due partite intere nell'Arsenal (una di League Cup, che costa ai Gunners l'eliminazione per mano dei Saints; un'altra in Champions a Istanbul, dove dispensa una platonica doppietta al malandato Galatasaray; più novanta spenti minuti nella Mannschaft contro la rappresentativa di Gibilterra) e numerosi spezzoni. Un solo vero acuto, a Bruxelles, il 22 ottobre, nella delicata sfida di Champions contro l'Anderlecht. Entra all'84° e segna al 90° il gol di una vittoria preziosa e ottenuta in rimonta [vedi HL]. We always know he can score, dice Wenger [vedi].

Arsene ha ragione. Poldi può segnare sempre, ma occorre che la partita sia già indirizzata. Questa è la regola, con poche eccezioni. Per questo, in fondo, l'Arsenal può anche fare a meno di lui, come già il Bayern. Ora non ci resta che aspettare e incrociare le dita. La Serie A ti aspetta, Poldi!

Post scriptum: alle 21.50 del 2 gennaio 2015, Poldi è sbarcato, sorridente e subito sciarpato dai nuovi fans, a Linate.

Un calcio poco italiano

di Gianni Mura


Franz e Carletto
Alzando la Coppa intercontinentale a Tokyo, nella notte (italiana) tra il 16 e il 17 dicembre 1989, il Milan tornava dov'era stato una volta sola, a venti anni esatti di distanza. La prima fase del ciclo era conclusa, e merita di essere riletto il breve commento-bilancio di Gianni Mura.

Qualche atteggiamento un po' enfatico del Gruppo si può discutere, il resto no. Il resto è un Milan che fa filotto e se vogliamo tutto è nato da quel pomeriggio napoletano: lo scudetto, la coppa dei campioni, la supercoppa italiana e quella europea, la coppa intercontinentale. Steaua, Sampdoria, Barcellona e Medellin, passando più volte sul Real Madrid, sono squadre molto diverse fra loro e il Milan le ha battute restando uguale a se stesso, facendo quasi sempre a meno del suo uomo più pesante, Ruud Gullit. La squadra più difficile, per molti una sorpresa, quella venuta dalla Colombia. Una specie di copia del Milan, così ne è nata una partita di noiosissima tensione, sbloccata da Evani quando ormai pareva destino andare ai rigori (e ammirare Higuita, gran portiere nella sua apparente follia, che personalmente acquisterei volentieri). 

Solo ossimori venivano in mente guardando la partita: ordinato disordine, calma tempesta, bella bruttezza. Emergeva l' orgoglio del Medellin, combattivo ma sempre leale, bravo a far giocare il Milan in pochi metri, più bravo del Milan nel vanificare il pressing con fitti tocchetti precisi, ma poco organizzato in attacco. Non che il Milan lo fosse molto, per la cattiva giornata di Massaro e Van Basten e la scarsa vena di Donadoni. Pure, il Milan ha vinto senza rubare nulla, esattamente come le altre volte. 

E in questa sua vocazione internazionale sta la sua grandezza. A parte la sera della nebbia a Belgrado, in Europa ha perso solo la prima partita di Sacchi, con l' Espanyol, e l' ultima, col Real, a spalle coperte. E' ovvio che per firmare una passeggiata del genere non bastano i miliardi di Berlusconi e che siamo di fronte a una realtà calcistica che ha già segnato un periodo e forse segnerà un'epoca.
Al di là del valore dei giocatori e della panchina lunga, appaiono sempre più evidenti i meriti di Arrigo Sacchi, un tecnico che pure chiama ossimori, quasi arrogante nell'umiltà sbandierata, uomo di semplice complessità. Sacchi ha il merito di non somigliare a nessuno, lui troppo presto etichettato come signor Nessuno. Il suo matrimonio sportivo con Berlusconi, presidente ovunque, molto sensibile alle tematiche tattiche, ha avuto un paio di momenti assai difficili (facile per Agnelli dire a Berlusconi che si era portato un padrone in casa) ma sembrano essersi assestati su una solida base di inevitabile stima. E' buffo pensare come le grandi fortune nascano dal caso: se un sorteggio di coppa Italia non avesse opposto il Milan al Parma, forse Berlusconi avrebbe scelto un allenatore straniero (questa era l'intenzione) e forse Sacchi avrebbe continuato a predicare il suo verbo, martellando quotidianamente, sotto altri colori. 

Il Milan, squadra di Milano, è una squadra assai poco italiana nel gioco e soprattutto nella mentalità, che è alla base del gioco. Basta seguirlo una volta all'estero per rendersene pienamente conto: il prezzo del biglietto lo vale sempre, per come vince o cerca la vittoria come unico risultato. Sarà interessante, ora, vedere per circa due mesi questa supersquadra impegnata solo in Italia. Dove non fa scuola, dove al massimo fa moda. Ma questa non è colpa del Milan, in un paese calcisticamente democratico ci sono tante idee, anche opposte. Forse il segreto del Milan non è la zona, è la voglia di giocare subendo il meno possibile. L' uovo di Colombo, certo, un altro tipo da intercontinentale.

"La Repubblica", 19 dicembre 1989

Il dado è tratto

di Giovanni Arpino

Così Arpino titolava, su "La Stampa" del 16 dicembre 1974, la travolgente presa del San Paolo da parte della Juve. Match attesissimo, tra prima e seconda in classifica; il Napoli di Vinicio giocava un calcio poco 'italiano' (zona e tattica del fuorigioco), ma fu raso al suolo: storico sei a due. Era una Juve in crescita, che non a caso aveva eliminato dalla Coppa Uefa, pochi giorni prima, nientemeno che l'Ajax ...


La Juve sconvolge «Marechiaro» e inizia a Napoli la prima, grande fuga da protagonista in campionato. Mette a sicuro il suo Natale di gol, attende la vigilia della Befana per misurare i ferri con i campioni della Lazio all'Olimpico. 
Ruggini di Coppa? Non più, quando la forma sorregge e si è imparato a smaltire le fatiche. Rilanciata dalla prova contro gli Aiaci di Amsterdam, la squadra subalpina porta sul campo partenopeo un José che ritrova o sole suo, Damiani, Furino, Bottega, Causio che stanno eprimendosi ai massimi livelli agonistici. Dice tristemente Vinicio: «Venivano giù da tutte le parti». Però nega, testardamente, che la sua tattica del fuorigioco sia suicida. Certo, funziona contro una squadra che non ha «punteros», ma di fronte ad un dispositivo che sa individuare i corridoi e spedire lutti i suoi uomini-gol all'attacco, è pura invenzione da lavagna, che se va bene ad intermittenza non può costituire l'unico disegno valido per novanta minuti. Sto pensando all'esperienza d'un Tarcisio Burgnich, costretto a giocare contro natura (la sua, almeno). E non dimentichiamo che il Napoli, già nella scorsa stagione, per pura sopponenza o guapperia, ne beccò quattro dai bianconeri al Comunale, avendo deciso di giocare per giocare. 
La classifica si ridisegna quindi secondo la forza della logica: i bianconeri la guidano con tre punti di vantaggio grasso, seguiti da Lazio-Toro e da muta di club che non sono certo leoni. La «decima» ha imposto ovunque le sue regole: fa segnare diciannove gol contro il primato negativo di domenica scorsa, vede l'Ascoli vincere la sua prima gara e il Napoli perdere l'imbattibilità, spedisce in un cantuccio celebri «colpevoli», cioè Rivera, Boninsegna, lo stesso Clerici, che hanno fallito i loro calci di rigore, variamente importanti. E nella graduatoria dei marcatori, guidati da un Pulici che non ritrova il senso della rete, riecco affacciarsi donJosé, e farsi sotto Damiani. 
Casca la Fiorentina di Rocco di fronte alla Roma di Liedholm, che con un Penzo umilia i più talentuosi e rinomati viola. Radice blocca Giagnoni, solo il «vecchi » Bertini consente all'Inter una striminzita vittoria, il Bologna tossicchia tra le mura casalinghe: ma tutto ciò sembra normale e quasi sbadigliante amministrazione se paragonato agli ottoni e ai tamburi di Napoli-Juventus, ove neppure l'aritmetica (nonostante quel colpo al segnalinee e conseguente partita «chiusa» in anticipo da Agnolin) può variare. 
Veniamo a Torino-Lazio, altro «match» della sfida tra nordisti e sudisti. I biancocelesti si sono certo ripresi dalle ultime gare persin troppo melense. Rinsaldati in difesa malgrado le defezioni, con un Frustalupi che i «barbareschi» non sono mai riusciti a disturbare, con un Martini che ha fatto il buono e il cattivo tempo (dal gol all'autorete al supposto fallo da penalty nel finale, reclamato dai granata), i campioni d'Italia hanno sfoderato orgoglio, organizzazione ed esperienza di fronte a un Torello troppo avventuroso da una parte, troppo anchilosato dall'altra. Sembra che il «vecchio cuore granata» sia dolente nei suoi vasi coronarici. Il «tremendismo» è annacquato, la «forbice» si ritrova solo a sprazzi, inutilmente un messaggero trotta dalla tribuna di Fabbri alla panchina di «Ciccio» Sentimenti per impartire ordini, variazioni, suggerimenti. 
Laziali e torinesi hanno sgambato con frenesia e formidabili errori per quasi tutta la partita. Rari i lumi pregevoli, rare le occasioni. Buoni i due primi gol, viziati i secondi da corpi o piedi votati all'autorete. Bisogna aggiungere che di fronte ad una Lazio fermamente intenzionata a non perdere, il Toro non ha versato gran vino, ma caos, idee abborracciate e sequenze di sbagli. La mancanza di Mascetti si fa notare nella zona nevralgica del centrocampo, ove Ferrini e Agroppi stentano non poco, ed in avanti Paolino non si libera. Graziani, dopo e prima un gol da favola, sbaglia tocchi elementari. Per contro, e malgrado le arrabbiature interne, i biancocelesti ruminano gioco, seppur non trascendentale, e spazzano via palloni in area con marpionesco senso amministrativo. Brutta partita? No, sul piano agonistico, anche se gli esteti, sempre alla ricerca del buon calcio, pretendono che tanto correre, tanto dispendio d'energie non debba svanire nel vuoto di cross, tiri, triangolazioni e assembramenti casuali. 
Sono però questa Lazio e questo Torino, in grado di migliorare fino a livelli notevolissimi, i futuri concorrenti della |uve capolista. La «decima» ha gettato i suoi dadi, tocca agli outsiders raccoglierli. L'esempio della «Vecchia Signora», da Amsterdam a Napoli, può fare scuola: è il «collettivo» che conta, un amalgama di squadra che nel momento giusto sfodera gli unghioni e mette d'accordo amici e nemici. Alle sollecitazioni del popolo tifoso e agli interrogativi della gente di football, il gioco juventino ha già dato la sua risposta. Speriamo che al tenore non manchi il coro.

"La Stampa", 16 dicembre 1974 | Servizio RAI su Napoli-Juventus

La partita fantasma

di Aldo Quaglierini

Una partita fantasma, tra soldati golpisti, un avversario che non c'è, in uno stadio dove fino a poco prima si ammassavano i prigionieri politici, il rimorso di non essersi ribellato: ci sono pagine dimenticate, nascoste e sovrastate dai grandi eventi che cambiano il corso della storia. Sono solo frammenti, briciole, schegge di vita vissuta, minuscoli dettagli a guardar bene, che però ultimano le linee tracciate dai grandi racconti e ne completano il senso e il significato. Succede così, che il colpo di Stato in Cile nel 1973 sia stato raccontato in mille modi dai cronisti allora presenti, visto dalle foto e dai rari balbettanti filmanti, seguito dai tanti casi personali di arresti, torture, deportazioni, talvolta miracolose fughe o coraggiose ribellioni. Molte altre vicende personali, ma con un grande significato umano e politico, sono rimaste schiacciate e non hanno avuto la fortuna di emergere dalla nebbia.Tra queste, esce adesso la vicenda di un giovane calciatore che, a tanti anni di distanza, ha trovato il coraggio di narrare la sua storia di cui, in un primo momento, si parlò sui giornali (soprattutto di sinistra) e che poi finì, in breve, ricoperta dalla polvere della dimenticanza. 

Francisco "Chamaco" Valdés
È una specie di confessione la sua, rivolta idealmente a Pablo Neruda, il grande poeta cileno morto alcuni giorni dopo il golpe di Pinochet, il cui funerale divenne un modo per protestare pubblicamente contro l'esercito, non avendo i soldati il coraggio di intervenire e reprimere l'omaggio pubblico ad una personalità letteraria di grandezza mondiale (premio nobel nel ‘71) come quella. Una confessione, sì, perché l'allora capitano della nazionale cilena, Francisco Valdes, ammette la propria debolezza, la codardia (così la chiama) che gli impedì di ribellarsi all'offerta che gli venne presentata in quelle ore, in quei giorni. Così, qualcuno forse si ricorderà, che due mesi dopo quella tragedia, a Santiago si doveva disputare una partita di qualificazione dei Mondiali di Germania ‘74, e il caso volle che la nazionale ospite fosse l'Unione Sovietica. 

Naturalmente scoppiò un caso diplomatico-politico dato che l'Urss rifiutò di giocare nello stadio in cui fino a pochi giorni prima erano stati tenuti prigionieri antifascisti, democratici, militanti e simpatizzanti di Unidad Popular arrestati durante il golpe e poi avviati ai campi di concentramento o torturati e uccisi sul posto. La richiesta di spostamento della gara fu rifiutata dalla Fifa (e anche qui sorsero polemiche violente poiché si parlò di un atteggiamento morbido nei confronti della federazione calcio cilena) e in definitiva, confermando l'appuntamento del 21 novembre 1973 come data della sfida Cile-Urss. I russi si opposero e rifiutarono di inviare la squadra, la vittoria a tavolino fu assegnata dalla Fifa al Cile, ma il regime voleva comunque giocare la partita, puntando sulla retorica nazionalista e patriottarda e pensò così di organizzare una manifestazione sempre allo stadio Nacional: i giocatori cileni furono chiamati ad una farsa vergognosa scendendo in campo contro una squadra inesistente: undici giocatori furono indotti a schierarsi, con il pubblico a riempire le gradinate (appena liberate dai prigionieri) e i soldati a controllare i bordi del campo. L'arbitrò fischiò l'inizio, i giocatori si passarono la palla, avanzarono, scesero in profondità, si avvicinarono alla porta avversaria. Nessuno andò loro incontro. La palla finì tra i piedi del capitano che, a porta vuota, segnò un simbolico, squallido e inutile gol. Il cartellone elettrico segnò: Cile 1, Urss 0. Tutto questo ruotò intorno al capitano del Cile, Francisco Valdes. 

«Pochi istanti prima di andare in campo - racconta il cinquantenne Valdes - il presidente della federazione cilena scese negli spogliatoi e disse: "Francisco, sei il capitano, il gol devi farlo tu". Stavo diventando un simbolo non sportivo ma politico, perché la partita era politica. Pinochet voleva dimostrare la sua forza contro il mondo che condannava la sua violenza. Segnai quasi senza accorgermene e scappai negli spogliatoi, tra il frastuono delle trombe e l'urlo dei tifosi. Vomitai. Venne l'allenatore, mi chiese se stavo bene. Dovevo tornare in campo, perché dopo la farsa, il regime aveva organizzato una partita amichevole contro il Santos. "Non ce la faccio - dissi - mi sento male"». Il rimpianto per non essersi ribellato a quella farsa, viene ingigantito dalla storia personale di Valdes, ragazzo, allora, che si interessava di politica. «Mio padre Eduardo, che era morto qualche anno prima, aveva fatto l'operaio tutta la vita e si era rovinato a forza di lavorare. Dieci, dodici ore al giorno e pochi soldi alla fine del mese. Mi diceva sempre: "Paco, voi giovani dovete cambiarlo questo sistema". Volle a tutti i costi che restassi a scuola, anche se ci sarebbe stato bisogno di un altro stipendio a casa». 

Immagine del funerale di Pablo Neruda
Così, la lettera prende la forma di confessione a Neruda ricordando che il giorno del suo funerale (il 23 settembre ‘73) «c'ero anch'io lì. Eravamo in trecento, vidi la sua casa di via Marques de la Plata distrutta dalla crudeltà dei militari che volevano sotterrare per sempre la sua presenza. Stavo nascosto in mezzo alla folla. Qualcuno gridò il suo nome, un'altra voce rispose forte "presente", tutti gridarono presente. Poi si gridò il nome di Salvador Allende e quel nome gelò la folla. I soldati ci squadrarono, ebbi paura. Restai lì dov'ero, un po' nascosto, vigliaccamente nascosto. Quando tornai a casa piansi. Pensai a mio padre e mi rimproverai di non aver avuto il coraggio di gridare "presente". Non ce l'avevo fatta, così come non ce la feci quel giorno allo stadio di Santiago». 

A rileggere oggi questo racconto, viene da domandarsi che cosa potesse fare allora il giovane Valdes. Ribellarsi, forse con un gesto simbolico tanto forte quanto praticamente inutile (perché sicuramente non sarebbe stato divulgato) a restituire dignità ad una nazionale schiava di un regime fascista. In certe situazioni, anche i piccoli gesti servono, certo, ma forse ha più forza la bella e ricca pagina di umanità che ci ha regalato trent'anni dopo un ex giocatore, stretto tra il rimorso e l'amore della poesia di Neruda e della libertà. 

Ps: dopo la gara farsa, il Santos (senza Pelè) strapazzò il Cile 5-0.

"L'Unità", 21 novembre 2003 

Il samurai che non legge Mishima

di Giancarlo Dotto

Il 6 maggio 2001, allo Stadio delle Alpi di Torino, Juventus e Roma si contesero lo scudetto di quella stagione in una partita decisiva [vedila nella Cineteca]. Erano gli anni in cui in Serie A scendevano in campo ordinariamente grandi giocatori e campioni come Van der Sar, Ferrara, Montero, Zambrotta, Davids, Zidane, Inzaghi, Del Piero, Conte, Zebina, Samuel, Aldair, Cafu, Tommasi, Totti, Batistuta, Montella, e sedevano in panchina nientemeno che un giovane Ancelotti e un maturo Capello. Sotto di due gol alla mezz'ora della ripresa quest'ultimo sostituì un'opaco Francesco Totti con Hidetoshi Nakata, la star del calcio nipponico di quegli anni, e tuttora il migliore giocatore di sempre del Sol Levante. L'attaccante giapponese trovò subito il gol con un gran tiro da lontano e propiziò il pareggio di Vincenzo Montella nei minuti di recupero. Per la Roma, quel pareggio fu fondamentale per la vittoria del titolo. Nella città eterna, i romanisti scoprirono all'improvviso le qualità di un campione esemplare che - come rilevò Giancarlo Dotto - avevano sottovalutato oltre misura, senza comprenderne carattere e personalità.

Sono pazzi questi romanisti. Hanno un fenomeno in casa e se ne accorgono un anno e mezzo dopo, solo perché Capello sfodera uno dei suoi lampi luciferini a mezz’ora esatta dal baratro. Fuori Totti e dentro Nakata. Ci vogliono palle di toro e certa bieca fiducia nel proprio stellone per sfrattare dalla partita dello scudetto l’Intoccabile e sostituirlo con l’Indecifrabile. Mezz’ora dopo eccoli, Nakata eroe, Roma in estasi, i tifosi, già in strada, a solfeggiare sguaiati e beati tutta la notte il trisillabo giapponese fino a domenica sera ignorato. Qualche chilometro più in là, a Est, sul Pacifico, edizioni speciali sparano i primi titoli, tra melò ed enfasi. "La nostra star non è più triste ora che ha cambiato la storia".

Ragazzo veloce di pensiero e capace di grande sintesi, Hidetoshi Nakata. Gli è bastata quella mezz’ora per lasciare un segno probabilmente definitivo nel campionato della Roma. Due imprese. La seconda in società con Montella. Prima di lui il più flaccido Pupone di sempre si era trascinato per un’ora come una damigiana stressata a cui avevano spillato l’ultima goccia di vino. Il sorriso di mister Hide al momento di entrare in campo era sembrato incomprensibile. Inadeguato all’incubo del momento. Era invece la maestosa serenità di un ragazzo che si consegnava alla sfida. Che coglieva la fragola sul precipizio del racconto zen. Due colpi e due imprese. Il massimo indispensabile. Non c’era tempo per altro. Al suo confronto, l’inespressività un po’ gnocca di Totti che, all’atto di uscire, si lasciava scappare l’unico telegenico tic di ravvivarsi i capelli e sfilarsi la fascia di capitano mai così disattesa.

E ora sbracano le cronache. Infuria il colore. Hide che va in discoteca, mangia spaghetti, gli piace tirare ai piattelli, non sa nulla di politica e preferisce lo shopping ai ruderi, via Condotti ai Fori Imperiali. Paccottiglia che non dice l’essenziale. Nakata è un ragazzo moderno, laico, cibernetico, distante dalla tradizione dei suoi avi, che probabilmente non legge Mishima e le sue lezioni spirituali per giovani samurai. Ma il più occidentale degli orientali resta comunque sempre troppo a oriente per risultare comprensibile a occidente. Mister Hide va in discoteca e fa lo shopping, ma gli resta dentro come una radice millenaria la regola del samurai, il rispetto dell’impegno e della parola data. I tifosi latini vorrebbero vederlo esagitarsi e sbracciarsi dopo un gol a Torino, non capendo che la sua passione è nella disciplina. Gli è bastato un gesto per rianimare la Roma.

Fenomeno più volte sprecato e confinato nelle cronache del folclore. Tra costume e marketing. Raccontato più come un investimento che come l’acquisto di un calciatore di raro talento. Per via di tutto quanto induce dal Sol Levante. L’ex studente di economia presentato come una multinazionale viaggiante, una miniera d’oro, tra sponsorizzazione, diritti televisivi, il merchandising che va a mille per il feticismo nipponico che non sa fare a meno di una stoffa o una foto. E l’indotto turistico. Mai visti tanti giapponesi svernare tra Assisi e Perugia in attesa della domenica in tribuna e poi a Roma.

Fin troppo fuorviata la sua qualità di calciatore. Eccezionale. Di più. "Nato per giocare al calcio", mi confidava Castagner, allora tecnico del Perugia. "Ha un modo speciale, unico, di far arrivare palla al compagno sul pelo dell’erba. Un senso innato della profondità e la precognizione dei fuoriclasse. Sa già dove destinare la palla prima ancora che gli passi per i piedi". Me ne parla oggi ammirato Emerson, suo compagno alla Roma, un brasiliano di stoffa tedesca, tutto campo e calcio. "È impressionante vederlo allenarsi. Il primo a scendere in campo, l’ultimo ad andarsene, anche quando sapeva di dover finire in tribuna". "Sono pagato per questo", replica lui a chi sbalordisce con geometrica semplicità, schiudendo appena le sue fessure di serpente a sangue freddo.

Testa di prim’ordine. Cantano i fatti. In Giappone era popolare come Ronaldo. Idolatrato. Vincitore del Pallone d’oro asiatico, per capirci. Stella della Nazionale. Accetta la sfida. L’Italia. Non senza aver prima studiato da cima a fondo in videocassetta i movimenti di Baggio. Passa dalla ipertecnologica follia di Tokyo e la protezione di mamma Setzuko alle rustiche atmosfere di un paesone come Perugia, dove si presenta comunque affibbiando due pappine indovinate a chi? Alla Juve, naturalmente. Non basta. Incanta Perugia, non fa in tempo a integrarsi che si lascia deportare da Gaucci, rapido a nasare con Sensi l’affare della vita. A Roma gli capita l’esperienza fin lì inedita di essere uno dei tanti, anzi uno dei meno, l’inaudita pretesa di soffiare il posto al Pupillo di Porta Metronia.

Nel frattempo mister 50 miliardi impara alla perfezione l’italiano, che dispensa a pochi privilegiati, per la sua discrezione ormai leggendaria e garantita da un contratto che lo preserva dal rischio di dividere la camera con un compagno. Passa l’inverno tra tribuna e panchina e mai una polemica. La Corte Federale lo grazia e lui, in mancanza di piattelli, si mette a impallinare quell’anima lunga e da domenica molto infelice di Van der Sar. Da extracomunitario a extraterreno. Da qui a un mese esultare, per mister Hide, non sarà solo un dovere.

"Rigore", II, n°19, 11 maggio 2001

Gol e furore

Sono le idi di marzo del 1970, è in programma la nona di ritorno del campionato di Serie A, e tutti sanno che sarà la giornata decisiva. In cartellone c'è il big-match, la grande sfida, prima e seconda in classifica, due soli punti a dividerle. Si gioca al Comunale di Torino. Juventus (32 punti) contro Cagliari (34). L'attesa è enorme. Stadio esaurito e record d'incasso. La RAI programma addirittura la differita integrale del match (all'epoca veniva trasmessa la 'cronaca registrata' di un solo tempo, nel tardo pomeriggio, e non si sapeva mai prima di quale partita), poi gli operatori della sede di Torino improvvisano uno sciopero last minute e i previsti venti milioni di telespettatori dovranno accontentarsi del primo tempo ... 
Giovanni Arpino racconta, per i lettori de "La Stampa", la partita di Gigi Riva.


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Talvolta anche il critico di sport ha il diritto-dovere di «caricarsi» in vista d'un avvenimento eccezionale: per questo ero allo stadio poco dopo le 13. Gli ultimi giocatori cagliaritani trottavano dal pullman agli spogliatoi, tra una doppia fila di tifosi. «Riva, non durerai quanto Sivori», si è sentito dire. «Nené, noi preferiamo Cuccureddu», faceva eco. «Ma chi sarà mai questo vostro Furino?», ribattevano in cadenza sarda. Le schermaglie tipiche, che però acquistano un gusto, un senso speciali data la giornata, il «peso» dell'incontro. Schermaglie alla Cassius Clay, con i toni roboanti delle parole che vogliono dar forza a intime convinzioni. 
Ore 13,15: il campo è già pavesato a festa, la grande sagra sembra ancora lontana ma l'atmasfera è elettrica e insieme commovente. Sono raddoppiate persino le insegne pubblicitarie, si può leggere, qua e là, un «Cagliari club numero Uno» e persino un «Juventus club di Belluno». E' un grande giorno di smemoratezza, i tifosi «sentono» che qualcosa dovrà accadere.
 Alle 13,50 una «carrellata» della radiotelevisione svizzera fa sprizzare migliaia di bandiere. Alle 14,16 entrano in campo due bambini in maglia bianconera e giocherellano col pallone su cosce e ginocchi come due foche ammaestrate. E' diventata rauca persino la voce che al microfono reclamizza film, rasoi, compagnie teatrali. Ore 15: una tromba da corrida dà il «via» e si alza un urlo che potrebbe essere registrato per un eventuale Diluvio Universale, regista Fellini. 
Ed è subito Riva. Si presenta al settimo. Deve battere un tiro di punizione. Una fucilata, respinta dalla barriera ma lui immediatamente recupera il pallone che rispedisce come una folgore poco a lato di Anzolin. Quattro minuti dopo, lanciato in terribile proiezione, salta due avversari e gli viene impedito il cross all'ultimo momento. Al 15' è in difesa. Al 20' un urlo sollecita il pubblico bianconero: Salvadore porta via pulitissimamente il pallone al goleador. E' un onore da riconoscere subito. Dieci minuti dopo, altra punizione: riceve la palla toccata da Greatti e fa partire un bolide pauroso. Ma attenti: trenta secondi dopo è già nella sua area a difendere, su incursione dei bianconeri. Ha una pausa. Fino al 43': quando, da terra, in ginocchio per una carica, riesce egualmente a deviare un pallone e a ottenere un calcio d'angolo. Troppo poco per lui, che infatti si gratta il cranio, insoddisfatto malgrado il terrore che sparge in giro. Tra il 44' e il 45' devia un pallone su Anzolin che lo butta in angolo. E subito dopo pareggia. Testata da un calcio d'angolo ed è rete. Tutti si domandano: come hanno fatto a non «marcarlo»? Ma Riva è questo: all'appuntamento col pallone arriva una frazione prima di ogni altro. La sua rete spegne l'applauso rituale dei tifosi bianconeri a fine tempo. 
E rieccolo al primo minuto del secondo tempo, subito in fuga tra tre avversari, con uno slancio e un dinamismo unici. Ma al 4' sbuccia un buon pallone in area, al 5' commette fallo a difesa abbattendo Cuccureddu, al 9' spara ma da troppo lontano su Anzolin, all'11' ha un'ottima palla da Gori ma manca il controllo per eccesso di velocità. Si ripresenta in pieno al 14': forza (è l'unico verbo adatto) due avversari convergenti e riesce a sparare il sinistro: esterno della rete. Ecco il rigore contro il Cagliari. Esulta per Albertosi dopo che ha parato il primo tiro, passeggia tra il dischetto e la rete prima che venga ripetuta la massima punizione, e sembra davvero l'atleta che ha tutto il destino contro, e anche gli dei. Forse il nervosismo gli sta rodendo il fegato, dopo il secondo gol juventino. Al 30' fa esplodere una punizione che Anzolin devia, subito dopo svirgola in area bianconera un ottimo pallone. La carica psicologica potrebbe tradirlo, a questo punto. Ma su un corner lo si vede reggere come un paletto un'intera vigna di difensori bianconeri che lo assediano. E' il «suo» rigore. Basso e a segno. E fino al termine seguita a combattere, con scatti rabbiosi, con slanci persino fallosi per generosità e orgoglio.
E' finita. Esce lentamente. La sua giornata l'ha fatto vedere a tutti grande e temibile e generoso. Chi aspettava il guerriero ha avuto modo di conoscerlo. Chi pretendeva i gol, li ha visti. Chi non lo credeva leone, taccia per sempre. Amici: cosa diremmo di lui, del suo football essenziale e fortissimo, se lo vedessimo giocare nel Manchester o nel vecchio Real Madrid? 

"La Stampa", 16 marzo 1970, p. 7

Que viva Riva!


L'addio alla verde erba dei prati di Gigi Riva arrivò, non inatteso, il 9 aprile 1977. Su "La Stampa" del 10, di domenica, comparve il saluto di Giovanni Arpino



Que viva Riva! Salutiamolo alla messicana, visto che Gigi da Cagliari, Gigi da Leggiuno, insomma Giggirrivva, «bomber» massimo, rombo di tuono, «espada» del calcio azzurro, etc. etc. (durano più gli aggettivi che non l'esistenza) ha deciso di «lasciare». Salutiamolo alla messicana, perché proprio in Messico, sette anni fa, tra Pueblo e Toluca, il «goleador» patì una stagione difficilissima, contraddittoria, con lampi di potenza atletica ineguagliabile e smarrimenti di ogni genere, dettati dall'altitudine, il carattere, l'eccesso di responsabilità, l'insonnia. 
Con sana sobrietà provinciale, Gigi dice addio al pallone giocato. Recentemente ha parlato di sé come «figura dirigenziale» ma senza nascondere dubbi, attriti societari, perplessità, e senza il can-can prodotto da altri celebri «colleghi» suoi, così astuti nel rimestare le carte dei loro club. 
Va in pantofole l'ultimo autentico «eroe» della pedata patria: un uomo che galoppava verso l'area avversaria puntando gomiti d'acciaio nelle costole altrui (è il mestiere) trascinandosi sulle spalle almeno due marcatori, aggredendo l'aria. I suoi gol — basterebbe rivederli in sequenza rallentata - furono un prodigio di coordinazione e coraggio, di furia muscolare e di ispirazione, parola sacra che usiamo senza alcun falso pudore. 
Due volte sacrificò le ossa alla pelota azzurra. Mai si lamentò. Non fece una piega nemmeno dopo l'ultimo, sciagurato «mondiale» a Stoccarda, dove solo la miopia tecnico-tattica dei «capataz» poteva impiegare un Riva ridotto a larva del guerriero che fu. Fedelmente, passò dalla A alla B, senza esitazioni. Accolse il tributo sardo come una culla del destino, senza smancerie e mai tradendo. 
Que viva Riva!, perché è un uomo prima ancora d'essere stato un grande «esecutore» di gol. Mai una parola spropositata, mai un giudizio non misurato (e strappatogli a furor di domande: essere taciturni è ancora una virtù in questo paese di ciarloni). Auguriamo al signor Luigi Riva una vita felice: se la merita. Lui sa benissimo cosa significhi essere assalito da centinaia di tifosi, sempre: a tavola, al cinema, persino a letto. Il tempo di pace che ora gli tocca sia dunque familiare, disteso, grande. 
Davvero non avremmo voluto vederlo stentare sulla gramigna d'un campo, lui che fu fulmine vendicatore. Ha scelto d'appendere le scarpacce con il solito tono ritroso, pudico. Sa, come tutti i guerrieri di razza, che è ora di chiudersi nella tenda. A tutti noi, una considerazione (che è anche un verso famoso). Tarderà molto a nascere, sempreché nasca, uno che gli somigli.

"La Stampa", 10 aprile 1977, p. 18.

Continua il dominio del Santos

Le cronache di Monsù
12 ottobre 1962

Vittorio Pozzo, a Lisbona, vede il Benfica letteralmente schiantato dal Santos nel match di ritorno della Coppa intercontinentale. Lo estasiano le prodezze di Pelè, che pare "gatto sornione" ma è "tigre in agguato". Normalmente, la grandezza (comunque assoluta) dell'asso brasiliano è sminuita con l'argomento della sua mancata militanza in club europei. Discorsi fuorvianti. In quegli anni, i primi 1960s, il Santos di cui lui era simbolo e stella travolse tutti i grandi squadroni europei, senza pietà. Cosa che non è più accaduta, dopo di allora, ad alcun club del Sudamerica.

Lisbona, venerdì sera [11 ottobre 1962]
Il Benfica aveva perduto di stretta misura nel mese scorso il suo incontro di andata col Santos in Brasile e nutriva la segreta speranza di poter battere in qualche modo i brasiliani in casa propria nella partita di ritorno, per poter disputare due giorni dopo, cioè sabato 13 corrente, una gara decisiva che potesse dargli il titolo di campione del mondo come squadra di società. 
Era un sogno ambizioso e le sue speranze sono state liquidate nello spazio di undici minuti da quel giocatore di eccezione che risponde al nome di Pelé. Il negretto ha segnato due reti nello spazio che va dal 17° al 28° minuto del primo tempo. Pareva sonnecchiasse in quel periodo, Pelé, tanto poco egli aveva l'aria d'interessarsi all'andamento delle azioni. Invece era il gatto sornione che fingeva soltanto di dormire. Egli è piombato su quei due palloni all'improvviso, come può fare una tigre in agguato ed ha battuto spietatamente il portiere Costa Pereira, mettendo al sicuro il risultato per la sua squadra. Da quel momento, nessuno nutrì più dubbi sulla destinazione che avrebbe preso la vittoria. 

Poi, nel secondo tempo, quando già il Santos stava vincendo per tre reti a zero, Pelé segnò il suo punto capolavoro. Pelé scombussolò l'intero sistema difensivo degli avversari con un balzo che ebbe in sé dell'incredibile, dell'impossibile. Egli superò ed attrasse fuori posizione tutti quanti. Giunse fino alla linea di fondo, sulla sinistra, e qui parve a tutti ch'egli fosse battuto dalla velocità della sua azione c dalla difficoltà dell'angolo di tiro. Invece si fermò di colpo, girò su se stesso come spinto da una molla, toccò la palla con affetto e la mandò a finire in rete. 
Una cosa formidabilmente difficile, una prodezza fisica e tecnica quale si vede una volta nella vita di un uomo, una cosa che può parere incredibile a chi non l'ha vista. Fu un colpo magistrale, che solo può riuscire a uomini del tipo e della razza sua. 
Poi di reti i brasiliani ne segnarono ancora, con l'ala sinistra Pepe che rincorse una palla morta e che il portiere portoghese stoltamente perdette. Ed avrebbe potuto segnare anche di più, che quegli indemoniati attaccanti colpirono un palo e persero parecchie altre buone occasioni. 
Fino a che fu la loro difesa ad addormentarsi. La squadra stava vincendo per 5 reti a 0 e mancavano solo quattro minuti alla fine ed i terzini presero la gara sottogamba e si posero quasi a scherzare. Gli avanti portoghesi, allora, che avevano mancato il bersaglio parecchie volte, imbroccarono due azioni individuali, e batterono il portiere Gilmar, prima con Eusebio, poi con Santana. 

La vittoria dei brasiliani è di quelle che non si discutono.. La loro padronanza della palla li mette in grado di fare quello che vogliono, quando vogliono. Il Santos giocherà a Parigi il 17 corrente e poi in Inghilterra e in Italia e altrove, ed uscirà intatto, anche sotto questo aspetto, dalle insidie dei sodalizi europei. Il Benfica, al confronto con il Santos, non è esistito. Ha parecchi uomini fuori forma, ma essenzialmente ha perduto un difensore come il centro mediano Germano, e il centravanti Aguas. Contro il Santos l'undici portoghese ha lottato ed ha avuto la sua parte di gioco, ma la sua prima linea, malgrado tutti i tentativi di Eusebio e di Simoes, ha cincischiato troppo, ha operato in spazio troppo ristretto e ha dato prova di una imprecisione di tiro davvero impressionante. Non è più l'undici del Benfica della scorsa stagione, quello che cosi brillantemente sconfisse, lontano da casa propria, il Tottenham ed il Real Madrid.

[Vedi le immagini del match in Cineteca]

Un duello "rusticano"

di Giovanni Arpino

In palio la Coppa intercontinentale, di cui gli argentini dell'Estudiantes sono detentori. Si gioca a San Siro, ed è subito la corrida descritta da Arpino; in attesa del ritorno a Baires, dove "non solo farà caldo, ma sarà necessaria una benedizione prima di scendere in campo"

Milano, 8 ottobre.

Milan in agguato come Otello, ma l'opera lirica da citare quale esempio è la «Cavalleria Rusticana». Duelli accaniti, stinchi in pericolo perenne, un agonismo che ha sconfinato sovente in cattiveria brutale. 
Gli argentini sono solamente i nipoti dei palleggiatori di una scuola ormai tramontata: la squadra degli Estudiantes gioca con grinta, velocità, peso fisico e proprio a Nereo Rocco deve aver ricordato il suo vecchio Padova. 
Agli aeroplanini di carta che piovevano gioiosamente in campo prima dell'inizio (siano benvenuti, dopo tanti stupidi mortaretti di altre occasioni) ha corrisposto uno spettacolo rozzo e furente, un foot-ball all'arma bianca. Gli argentini, in maglia a strisce bianche e rosse come un famoso dentifricio, non hanno certo subito il Milan: l'hanno anzi costretto a tirar fuori le unghie, l'anima, il coltello.

Poletti in uscita, su Prati
Debole in centrocampo, con un Rivera spesso saltato via e fuori ritmo per una partita gladiatoria come questa, la squadra rossonera ha messo in vetrina Anquilletti, Sormani, Schnellinger, un Lodetti svirgolante su troppi palloni ma generoso come sempre. Ai bulloni argentini hanno risposto per le rime Prati e Rosato, e anche Rivera talvolta, un bambino d'oro che ormai ha del ferro maligno nelle punte dei piedi.
Combin è ancora discutibile, secondo molti, ma appena ha un pallone tira e segna: l'organizzazione d'attacco rossonera deve ancora imparare a tenerne conto e non costringere un centravanti abile a recuperare palloni come un portatore d'acqua qualsiasi. Gli «estudiantes» si sono presentati come medici, laureati o quasi e quindi teoricamente degni del nome: in effetti si sono comportati come sergenti maggiori d'altri tempi. O la palla o la caviglia, o la palla o il ginocchio. Così il gioco è vissuto per sprazzi rarissimi, anche se talora avvincenti per lo slancio, giustificato dalla posta in palio. 
Sormani: doppietta
Sormani su tutti: il «vecchio» rossonero si è battuto come un rinoceronte, mai temendo l'avversario (lo si è visto crollare due volte in mischie paurose, lui solo fra tre, quattro biancorossi), ha segnato un gol fulmineo nel primo tempo e una rete splendida per esecuzione e tempismo nel secondo.

Verso l'ultima mezz'ora la partita non si è certo afflosciata, ma per molti il pallone pesava forse qualche chilogrammo. Poteva anche scapparci il ferito grave, o qualche incidente fatale ad ossa tanto preziose: evidentemente c'è un qualche santo anche per i calciatori. E' il santo che oggi Rocco ringrazia per questi tre gol, indispensabile bottino in vista del ritorno in Argentina, dove non solo farà caldo, ma sarà necessaria una benedizione prima di scendere in campo. 
Tra i tanti personaggi in tribuna c'era Vincenzo Torriani, organizzatore del Giro d'Italia. Con voce rauca urlava invocando espulsioni. I giornalisti argentini, con regolamentari sigari grossi mezzo metro e garofano all'occhiello, registravano impassibili: evidentemente conoscono questi Estudiantes e non si stupiscono più. Anche noi non dovremmo stupirci troppo: in Messico, ai Mondiali, volerà più di uno stinco. Tanto vale essere preparati. Il football ha anche questi aspetti durissimi: bisogna saperli affrontare con occhi gelidi e tibie di granito. 

"La Stampa", 9 ottobre 1969, p. 18.

L'archeo Europeo del 1960

Euro storie

L'Europeo del 1960 ci richiama a un mondo che non c'è più: non solo alle immagini in bianco e nero e a un'archeologia del sapere, non solo al secolo breve e alla divisione bipolare, ma anche a una stagione calcistica dove alcune squadre dell'Europa orientale e balcanica seppero stare stabilmente ai vertici del calcio mondiale per un periodo non breve. Qualcosa ormai di inimmaginabile. All'organizzazione buro-ginnasiarca sovietica (che, non si dimentichi, costruì quasi 2.000 stadi in URSS tra gli anni '60 e '70 portando il calcio a milioni di cittadini delle città di provincia dell'impero, da Tbilisi a Minsk, da Baku a Yerevan, con una copertura televisiva del campionato statale che, avviata dalla metà degli anni '50, raggiunse l'intero paese entro la fine del decennio successivo) si è ora sostituito il potere delle oligarchie buro-mafiose le più varie (che, non si dimentichi, stanno tornando a concentrare in poche squadre il consumo calcistico, molto pay-per-view, dei nuovi ricchi russi).

Il primo torneo per nazioni del continente durò 22 mesi (dal settembre 1958 al luglio 1960) e si avviò con uno spareggio per eliminare la 17a iscritta (Eupalla arrise, memore dei fasti passati, alla Cecoslovacchia sull'Irlanda). La prima partita ufficiale fu giocata davanti a oltre 100.000 persone il 28 settembre 1958 allo Stadio Centrale Lenin di Mosca quasi a prefigurare l'esito geo-politico che avrebbe caratterizzato la finale di due anni dopo: l'URSS affrontò e sbaragliò una nazionale ungherese rifondata sovieticamente dopo la tragedia del 1956; nel filmato propagandistico [qui] assistiamo non a caso anche al lancio dei mazzi di fiori ai compagni socialisti in tribuna da parte dei giocatori ungheresi, tutti ormai reclutati in squadre autoctone e spauriti successori dell'Aranycsapat.

6 luglio 1960, Parc des Princes, Paris
George Lamia, sfortunato protagonista della semifinale
contro la Jugolavia, in uscita alta
A quella competizione, va detto, non parteciparono ben 15 delle 32 nazioni allora affiliate all'UEFA, tra cui alcune di rango (dalla Germania Ovest all'Inghilterra, dalla Svezia alla stessa, modestissima, Italia di allora), che preferirono concentrare le proprie attenzioni sui Mondiali del 1958 e 1962 (vinte, per contrappasso, dal Brasile). A tenere particolarmente alla competizione, fortemente voluta sin dal 1927 da Henri Delaunay, primo segretario generale dell'UEFA, erano invece i Francesi, digiuni da sempre di vittorie internazionali importanti e dotati allora di una discreta generazione di giocatori (tra i quali il centromediano Raymond Kopaczewski, detto "Kopa", e soprattutto il bomber Just "Justo" Fontaine, capocannoniere ai mondiali del 1958 con 13 reti, record tuttora imbattuto), fresca del terzo posto ai mondiali di Svezia. Le quattro partite finali si svolsero così a Marsiglia e a Parigi tra il 6 e il 10 luglio 1960. L'URSS sbaragliò facilmente per 3 a 0 la Cecoslovacchia [tabellino | HL], mentre la Francia, in vantaggio a fine primo tempo di due gol, fu rimontata clamorosamente dalla Jugoslavia che in tre minuti (tra 75° e 78°) segnò tre reti grazie anche alle nefandezze del suo portiere Georges Lamia [tabellino | HL]. La delusione gallica fu enorme: la nazionale si consegnò rassegnata alla Cecoslovacchia nella finale marsigliese per il 3° posto [tabellino | HL] e alla finalissima del Parc des Princes finirono con l'assistere meno di 18.000 spettatori.

A contendersi il titolo furono dunque le due maggiori compagini del blocco socialista. La Jugoslavia vantava una tradizione più antica: aveva partecipato alla prima edizione dei mondiali, sconfitta in semifinale dai determinatissimi (a vincere) uruguagi non senza l'aiuto della polizia locale [Goldblatt, The ball is round, p. 437] e classificata quarta dopo essersi rifiutata di giocare, per protesta, la finalina con gli USA; nel dopoguerra aveva inanellato tre finali olimpiche consecutive (senza vincerne alcuna), e da lì a qualche settimana avrebbe finalmente cinto l'alloro a Roma (con ben 8/11 dei titolari della finale di Parigi di nuovo in campo); nel 1962 avrebbe nuovamente raggiunto le semifinali mondiali in Cile (altro 4° posto), i quarti alle olimpiadi del 1964 e una nuova (doppia) finale agli europei nel 1968 (immancabilmente persa), con a livello di club due finali europee, l'una (Coppa dei campioni del 1966) persa dai serbi del Partizan Belgrado contro il Real Madrid, l'altra vinta dai croati della Dinamo di Zagabria (Coppa delle Fiere del 1967) sul Leeds United. Insomma: una nazione stabilmente ai vertici del calcio mondiale, ma con una strutturale difficoltà a chiudere la partita.

L'URSS si era invece affacciata al calcio internazionale solo dopo la seconda guerra mondiale puntando sulla ribalta olimpica dal 1952 (e non senza sconfiggere in amichevole la Germania campione del mondo nell'agosto del 1955) e vincendo l'oro a Melbourne (grazie anche all'assenza di alcuni paesi occidentali in segno di protesta contro la repressione sovietica dei moti di Ungheria). Solo tre reduci da quella spedizione sarebbero stati in campo a Parigi nel 1960 - il portiere Lev Jašin, che si rivelò proprio alle olimpiadi australiane, il capitano Igor Netto e il centrocampista Valentin Ivanov - perché l'allenatore vincente Gavril Kachalin decise un opportuno ricambio (aperto ora anche ai giocatori delle squadre non moscovite) dopo la prima deludente partecipazione ai Mondiali del 1958 (eliminati ai quarti, peraltro, dalla squadra di casa poi finalista). Da allora l'URSS rimase stabilmente al vertice del calcio internazionale, arrivando alle semifinali dei mondiali del 1966 e, soprattutto, nuovamente in finale agli Europei del 1964 e del 1972 (mentre nel 1968 fu una moneta a sancirne la sua esclusione a favore dell'Italia capitanata da Facchetti), inanellando poi anche una serie di terzi posti alle olimpiadi del 1972, 1976 e 1980. L'assenza di vittorie dopo quella del 1960 - insopportabile per un paese che si proponeva alla leadership mondiale - scatenò nondimeno nel paese discussioni e polemiche continue: la sconfitta nei minuti finali dei quarti contro l'Uruguay ai mondiali del 1970 fu seguita addirittura da oltre 300.000 lettere di protesta contro calciatori e tecnici ricevute dal quotidiano "Izvestia" in pochi giorni. Va detto, in effetti, che dal punto di vista tattico la nazionale e quasi tutte le squadre di club giocavano un calcio molto ordinario, senza individualismi, sostenuto dalla disciplina e della condizione atletica: versione locale del WM fino al 1960, poi corretta in un cauto 4-2-4 modellato sul Brasile vincente di quegli anni. La rivoluzione che stava maturando a Kiev grazie a Viktor Maslov - l'invenzione del calcio moderno fondato sul pressing e sul 4-4-2, come ha evidenziato Jonathan Wilson - era ancora un'idea di provincia in un impero dominato da Mosca, dalle sue squadre di stato e dalle sue ortodossie.

10 luglio 1960, Parc des Princes, Parigi
Lev Jašin accarezza la coppa d'Europa appena conquistata sul campo
Della finale del 10 luglio 1960 al Parc des Princes abbiamo il filmato pressoché intero [tabellino | FM] e possiamo dunque seguirne gli svolgimenti che videro andare in vantaggio la giovane Jugoslavia (età media di 23 anni) grazie anche a una (rara) incertezza di Lev Jašin, uccellato sul primo palo da un'incornata bassa di Milan Galic allo scadere del primo tempo. Pareggio immediato del georgiano Slava Metreveli a inizio ripresa, ma poi molta ruminazione, a causa anche della pioggia che cominciò a infittirsi sul Parc des Princes in quell'inizio luglio per nulla estivo. Occorse attendere il 113° dei supplementari perché un bel colpo di testa di Viktor Ponedelnik, lasciato liberissimo dalla svagata difesa slava, scongiurasse il pericolo della ripetizione dell'incontro. Fa tenerezza l'esultanza composta, nell'altra porta, di Lev Jašin: un piccolo salto, quasi un accenno di balletto, goffo e a un tempo leggero (un altro che esultava così era il nostro Giacinto), che è rimasto per fortuna impresso nelle pellicole che sono arrivate a noi. Il "Ragno nero" doveva essere persona dolcissima, come ci mostra lo sguardo di tante sue foto [qui una raccolta], e il modo in cui tiene in grembo, come una figlia, la sua coppa in uno spogliatoio pregno di fango e di sudore.

Azor