La stagione della svolta - 1925-26 (Football Association Cup)


Il 13 giugno 1925 l'International Football Association Board, a Parigi, dopo accurato vaglio delle proposte di cambiamento dell'off-side rule, accolse quella venuta dalla Federazione Scozzese. Dalla regola dei three-opponents si passò a quella dei two-opponents. Rimarrà in vigore fino al 1990. 
Naturalmente si trattava di una novità destinata ad avere un impatto decisivo su stile e sistemi di gioco. Fu immediatamente applicata dalla Football Association. Riviviamo, con l'ausilio di filmati e immagini, quella straordinaria stagione.

Il protagonista
David Bone Nightingale Jack (1898-1958), micidiale attaccante dei Bolton Wanderers.
Fu il primo giocatore al mondo a scuotere le reti di Wembley, nella finale del 1923.
Herbert Chapman, nel 1928, lo porterà all'Arsenal.

Per la prima volta un club di Manchester arrivò fino a Wembley. Ci riescono i Citizens, che però nella medesima stagione scenderanno in 2nd Division. Si presero, tuttavia, la soddisfazione di sbarrare la strada, in semifinale, ai rivali dello United.

L'altra finalista, il Bolton Wanderers, aveva 'battezzato' Wembley nello storico final tie del 1923. Per i Trotters è già la quarta finale.

Lo Sheffield United, detentore della coppa, non va oltre il quinto turno.

Chapman ha lasciato Huddersfield e si è accasato ad Highbury. Così, i Terriers escono dalla competizione già al quarto turno, ma si rifanno abbondantemente conquistando per la terza stagione consecutiva il titolo nazionale.

Nel sesto turno, furono necessarie ben tre partite per risolvere la sfida tra Bolton e Nottingham Forest. Il City, dal canto suo, bastonò il Crystal Palace nel quinto turno con un punteggio esilarante (11:4): nelle immagini disponibili si potranno apprezzare le non eccelse doti di chi difendeva i pali dei Glaziers (militanti allora in terza divisione).

In questa pagina sono selezionati materiali fotografici relativi alla competizione e censiti i filmati della Pathé Gazette dedicati alla FA Cup di quella stagione.

Per il quadro completo dei turni e dei risultati vediRSSSF | Wikipedia | Wildstat

Altre fonti e narrazioni: The Giants Killers
__________________________________


Spalatore al servizio del Fulham.
Il campo va reso praticabile per la sfida tra Cottagers e Toffees.
Chi vince va al quarto turno

________________________________

Fourth Round Proper (30 gennaio 1926)

Tottenham Hotspur FC - Manchester UTD FC Video (Pathé Gazette: n° 450.04)

Fulham FC - Liverpool FC Tabellino | Video (Pathé Gazette: n° 450.05)

Sheffield United FC - Sunderland AFC  | Video (Pathé Gazette: n° 450.06)

Manchester City FC - Huddersfield Town FC  | Video (Pathé Gazette: n° 450.08)

Cardiff City FC - Newcastle UTD FCVideo (Pathé Gazette: n° 450.07)

West Bromwich Albion FC - Aston Villa FCVideo (Pathé Gazette: n° 450.09) 

___________________________

Fifth Round Proper (20 febbraio 1926)

Clapton Orient FC - Newcastle UTD FC |  Video (Pathé Gazette: n° 454.25)

Southend UTD FC - Nottingham Forest FC | Video (Pathé Gazette: n° 454.27)

Arsenal FC - Aston Villa FC | Video (Pathé Gazette: n° 454.37)

Manchester City FC - Crystal Palace FC | Video (Pathé Gazette: n° 454.26)

Milwall FC - Swansea Town AFC | Video (Pathé Gazette: n° 454.3)

Bolton Wanderers FC - South Shields FC | Video (Pathé Gazette: n° 454.29)

____________________________

Sixth Round Proper (6 marzo 1926)

Nottingham Forest FC - Bolton Wanderers FC | Video (Pathé Gazette: n° 456.25)

Bolton Wanderers FC -Nottingham Forest FC | Video (Pathé Gazette: n° 458.1)

Swansea Town AFC - Arsenal FC | Video (Pathé Gazette: n° 456.27)

Fulham FC -Manchester United FC | Video (Pathé Gazette: n° 456.24)

Clapton Orient FC - Manchester City FC | Video (Pathé Gazette: n° 456.26)

I giocatori dello Swansea entrano in campo
preceduti dalla loro mascotte, Miss Waters.
Quelli dell'Arsenal sono già pazientemente schierati

_____________________

Semifinali (27 marzo 1926)

Bolton Wanderers FC - Swansea Town AFC | Video (Pathé Gazette: n° 484.1)

Manchester City FC - Manchester United FC | Video (Pathé Gazette: n° )


Manchester derby a Hillsborough (Sheffield).
Qualcuno è di troppo sulla strada per Wembley

Volete un posto riservato per vedere la semifinale?

_________________________________________________


FINALE
24 aprile 1926, Empire Stadium, Wembley
Bolton Wanderers FC - Manchester City FC 
Ispezione di Wembley (Pathé Gazette: n° 486.08)
La partita (Pathé Gazette: n° 490.01)

"There have been many more exciting finals, but few that have been played so cleanly and in such a sportsmanlike manner from start to finish.The game was closely and vigorously contested but it was 12 minutes from time before David Jack scored the only goal of the match": Simon Marland, Bolton Wanderers - A Complete Record 1877-1989, Derby 1989 (vedi).


Come da rituale, i pedatori vengono
presentati al sovrano, prima del calcio d'inizio

David Jack insacca l'unico gol della finale


Veduta dell'Empire Stadium

La coppa va esibita, ma anche portata in salvo

Poster

Il Santos ad Alessandria

Per celebrare gli otto secoli trascorsi dalla fondazione della città, nell'estate del 1968 Alessandria invitò la squadra del giocatore più famoso del mondo a esibirsi contro il decaduto club grigio, militante in terza serie. In quei giorni si era svolta la fase finale del Campionato d'Europa, vinto proprio dagli azzurri. Inutilmente, per l'occasione, l'Alessandria sperò di poter schierare il proprio pedatore più illustre, Gianni Rivera, uscito malconcio dalla semifinale con l'Unione Sovietica. Di quella fresca e memorabile serata, recuperiamo la cronaca del match e il nostalgico corsivo di Monsù Poss apparsi su "La Stampa".

O Rey insieme al presidente dell'Alessandria
e al grande Francisco Lojacono, capitano dei Grigi
 

Il Santos ha dato spettacolo nell'incontro di Alessandria
di Maurizio Caravella

Alessandria, 12 giugno. 
Quasi ventimila spettatori al «Moccagatta» per l'esibizione dei fuoriclasse del Santos, una delle più forti squadre del mondo, contro l'Alessandria. La formazione piemontese che milita nel torneo di serie C, è scesa in campo rinforzata all'attacco dal granata Rampanti (schierato con la maglia numero nove) e dall'interista Bonfanti, impiegato all'ala sinistra. 
Fra i grigi avrebbe dovuto giocare anche Fara, giunto appositamente da Catania nel pomeriggio, che invece è dovuto restare in tribuna: poche ore prima dell'incontro, infatti, il Bologna — che divide con il club siciliano la proprietà del giocatore — ha telefonato ai dirigenti piemontesi negando il permesso di utilizzarlo. L'ing. Sacco, presidente dell'Alessandria, ha proposto alla società emiliana di fare una speciale polizza di assicurazione per Fara (pare che l'importo fosse addirittura di mezzo miliardo) ma il Bologna non ha accettato ugualmente. 
Il Santos si è presentato in campo con la migliore squadra disponibile: oltre a Pelé, ovviamente il più atteso alla prova, c'era nel settore avanzato anche Toninho, il capo cannoniere del torneo brasiliano. La gara si è iniziata con dieci minuti di ritardo per un fatto curioso: i sudamericani (dimostrando un notevole ottimismo ...) erano giunti allo stadio provvisti di magliette con le maniche corte. Faceva freddo e qualcuno è tornato precipitosamente in albergo per provvedere a sostituirle con altre più pesanti e con le maniche lunghe. 
Pelé, affidato al controllo di Gori, ha avuto fin dall'inizio degli spunti brillanti e al 20', dopo aver scartato due difensori, ha calciato con violenza, colpendo il palo a portiere battuto. Un gran tiro, molto applaudito da parte del pubblico. I brasiliani, però, stasera non avevano intenzione di impegnarsi a fondo: manovre piacevoli, ma troppo elaborate, passaggi a volte all'indietro, ritmo piuttosto ridotto. Così l'Alessandria, ben guidata in difesa dal "libero" Lojacono, nei primi quarantacinque minuti ha retto bene, portandosi a sua volta all'offensiva: al 34' un preciso cross di Chinellato ha permesso a Bonfanti di esibirsi in un bel colpo di testa: pallone a lato, ma di poco; sei minuti dopo Trinchero ha effettuato un forte tiro dal limite dell'area, sfiorando il palo alla sinistra di Gilmar. Il primo tempo si è così chiuso sullo 0-0. 
Nella ripresa il Santos però ha aumentato il ritmo e al 3' si è portato in vantaggio: azione Toninho-Abel, passaggio finale a Pelé che, calmissimo, ha messo in rete da pochi passi. Dieci minuti dopo ancora Pelé in evidenza; rapido scambio con Toninho, tiro angolato di quest'ultimo e goal. 
Dopo l'esibizione di stasera ad Alessandria, il Santos giocherà sabato a Zurigo e lunedì prossimo in Germania contro il Grasshoppers. Successivamente i brasiliani si trasferiranno negli Stati Uniti, dove affronteranno tre volte il Napoli: il giorno 21 a New York, il 24 a Toronto e il 27 a Los Angeles. 
Il 3 luglio il Santos avrebbe dovuto giocare ancora a New York contro il Milan, ma la società rossonera ha posto alcune difficoltà e quasi sicuramente l'incontro non verrà disputato. I dirigenti brasiliani si sono rivolti quindi alla Juventus, chiedendo se eventualmente la squadra bianconera sarebbe stata disposta a sostituire il Milan il 3 luglio. L'offerta era consistente: 25 mila dollari (oltre 15 milioni di lire) più il viaggio ed il soggiorno. Ma il club torinese ha declinato l'invito. 
Tutti gli anni il Santos effettua lunghe tournées. Il motivo è semplice: in Brasile la situazione finanziaria delle società di calcio è difficile, la figura del «mecenate» è praticamente scomparsa, i presidenti dei Clubs tengono alla carica soprattutto per motivi politici. La tariffa di ingaggio del Santos è fissa: 25 mila dollari — la stessa cifra offerta alla Juventus — per ogni partita. 
Per permettergli di seguire la squadra nella tournée, Pelé è stato temporaneamente tolto dalla Nazionale brasiliana, che si prepara ad alcune gare amichevoli. La sua mancata convocazione ha suscitato però alcune polemiche: è corsa voce, ad esempio, che la esclusione della «perla nera» dalla rappresentativa brasiliana sia un chiaro segno del suo declino. Un dirigente del Santos l'ha però smentita: «Pelé - ha detto - partecipa ormai soltanto alle competizioni dì maggior importanza della nostra Nazionale. I selezionatori hanno deciso di abituare i suoi compagni a giocare anche senza di lui. Nel campionato brasiliano ogni squadra disputa due partite la settimana, ad una certa età si è costretti a smettere, il logorio fisico si fa sentire prima che in altri Paesi. Pelé ha ventisette anni, fra tre o quattro stagioni bisognerà trovargli un sostituto. Ed occorre pensarci per tempo ». 
Quel giorno, però, è ancora lontano. Pelé è sempre uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi. Maurizio Caravella 

Santos: Gilmar; Turcao, Ramos, Oberdan, Geraldo; Clodoaldo, Lima, Amaury, Toninho, Pelé, Abel. 

Alessandria: Storto; Trinchero, Legnaro; Gori (Chinellato), Lesca (Eco), Lojacono; Cervio (Bonfanti), Berta. Rampanti, Chinellato (Magistrelli), Bonfanti (Recagni). 
Arbitro: Carminati.

Serata di gloria e di ricordi per il calcio alessandrino
di Vittorio Pozzo

Alessandria, 12 giugno. 
Par di vederla risorgere, questa sera, la vecchia Alessandria, che noi conoscemmo da giovanissimi, quando essa era uno dei capisaldi del famoso quadrilatero piemontese: Vercelli, Alessandria, Casale e Novara. Era allora uno dei primi centri produttori di calciatori di valore, Alessandria. I suoi atleti giocavano su di un campo fangosissimo, che portava il nome di «campo del Cristo», ed i suoi uomini erano tutti specialisti dei terreni pesanti. Quanti di essi andarono a finire nella nostra squadra nazionale! Carcano, centro-mediano, Giovanni Ferrari, mezz'ala sinistra, Bertolini, mediano laterale sinistro, per non parlare di Adolfo Baloncieri, uno dei decani. Tutti sportivi di grande valore, di taglia robusta, forniti di spiccatissime doti di adattabilità. La squadra occupò a lungo una posizione di preminenza nel Campionato italiano e numerose furono le società dei grandi centri calcistici che vennero ad attingere elementi di rilievo da questa città, che sta ora celebrando i suoi ottocento anni di vita. 
Questo incontro, che segna come un risveglio sportivo per la «città della paglia», prende appunto lo spunto e si verifica in occasione delle feste che si stanno organizzando per la solenne ricorrenza. E' cosa bella ed appropriata che, ricordando quanto di grande la città piemontese ha prodotto nel corso della sua lunga vita, il gioco del calcio venga rievocato e riposto in prima linea. E' un modo veramente meritorio di non dimenticare il passato. Calcisticamente, Alessandria è ora caduta alquanto in basso, seguendo d'altronde l'esempio di Vercelli, di Novara e di Casale. Ma dalla memoria e dal cuore di chi l'ha vista emergere ed ha imparato a volerle bene, essa non è scomparsa. La manifestazione di questa sera pare appunto fatta apposta per gettare un gran fascio di luce sul suo passato luminoso. 
Per onorare Alessandria si è mossa dal lontano Brasile una delle compagini più famose del mondo, quella del Santos, che gioca qui il suo secondo incontro in territorio italiano. II Santos è la squadra nella quale milita uno dei calciatori più rinomati e più ricercati di tutto il mondo: Pelé. Il negro Pelé è stato l'uomo che ha maggiormente contribuito a fare del Santos un grande sodalizio. E' un artista della palla rotonda, uno di quei calciatori che onorano il gioco. Si dice persino che l'indennizzo che viene riservato al sodalizio brasiliano nelle sue trasferte è uno se gioca Pelé ed un altro se egli è assente. In ogni parte del mondo lo si vorrebbe vedere. 
Anche qui, nella vecchia e simpatica Alessandria, sono convenuti amatori del gioco del calcio vecchi e giovani, tecnici e giornalisti da ogni parte d'Italia. Era stato invitato a fare la sua comparsa nello schieramento dei grigi anche l'ultimo, nell'ordine cronologico, ed uno dei primi nella scala dei valori dei prodotti alessandrini: l'attuale milanista Rivera. Colpito, dolorosamente, da uno strappo muscolare nella prima delle partite del recente torneo fra le squadre nazionali del Continente europeo, Rivera non ha potuto aderire all'invito. Ma il pubblico, numeroso ed entusiasta, si è rifatto tributando a Pelé una grande ovazione e salutando ogni sua prodezza in campo con applausi che non avevano fine. 
Il Santos ha riportato il successo per 2-0. All'Alessandria sportiva, che sta attrezzandosi ora per un nuovo periodo di vita e di attività tecnica, va la soddisfazione di aver offerto al pubblico uno spettacolo più unico che raro, e l'augurio di un pronto risveglio pratico e di un rapido ritorno ai periodi di schietta gloria e floridezza che hanno caratterizzato il suo passato.

Vedi anche:
Quel magico '68, l'Alessandria che sfidò il grande Pelé (Alfredo Corallo, 9 dicembre 2013, Sky Sport)
- Quella volta che Pelè uscì dal Moccagatta con la maglia dell'Alessandria (Alessandro Oliva, 26 gennaio 2016, Linkiesta)
- Pelé sul campo del Moccagatta (video Museo Grigio)

La Fiorentina in finale di Coppa dei campioni


19 aprile 1957

Le primissime edizioni della maggiore competizione europea per club non andarono malissimo per le italiane: semifinalista il Milan nel 1956, addirittura finalista la Fiorentina l'anno dopo. Entrambe trovarono sulla loro strada il grande Real, e la Casa Bianca monopolizzò le prime caselle dell'albo d'oro. La Fiorentina acquisì il diritto a giocare l'ultima partita dopo un duro doppio scontro con la Stella Rossa. Nemmeno un gol subito, uno solo segnato, a Belgrado, sullo spirare del match d'andata. Il ritorno a Firenze, disputato di pomeriggio, vide la Viola impegnata soprattutto nella difesa del vantaggio acquisito. Il resoconto di Vittorio Pozzo è dunque ben lontano dall'esibire patriottico entusiasmo. Anzi. Con toni quasi sarcastici, Monsù denunciava quel che tutti sapevano: la qualità dei nostri giocatori e del nostro gioco era piuttosto modesta ...

---

Firenze, 18 aprile

La Fiorentina si è classificata per la finale della «Coppa dei campioni», quella finale che dovrà svolgersi a Madrid il 29 del prossimo mese di maggio con avversario a scegliere fra il Real Club di Madrid e il Manchester United. E vi è da augurare alla compagine toscana che in quell'occasione essa giochi meglio di quanto non abbia fatto oggi. 
Qui la Fiorentina ha vinto la semifinale del torneo senza vincere la partita della giornata. Come comportamento in campo, essa non ha soddisfatto che a metà per quanto riguarda il settore arretrato, la seconda e terza linea cioè. Magnini, Cervato, Chiappella, Orzan e Segato, con l'aggiunta dell'attaccante arretrato Gratton, hanno fatto blocco e hanno salvato il risultato. La prima linea invece è partita d'impeto, ha mancato subito un paio di eccellenti occasioni di segnare e poi ha ceduto: si è smembrata, dissolta e sconvolta. 

Virgili non ha imbroccato un solo tiro - e altro egli non sa fare di buono-, Montuori è scomparso completamente nel secondo tempo, Prini è stato confusionario e poco preciso, e Gratton non assumendo che eccezionalmente posizione avanzata, a rappresentare un pericolo per la difesa avversaria è rimasto il solo Julinho, l'ala destra che vagava un po' dappertutto alla ricerca della buona posizione e della favorevole occasione. Era un po' poco, un uomo solo su cinque, e né la buona occasione né la favorevole situazione si sono presentate mai.

E così il famoso portiere continentale Beara non è stato disturbato mai: né per raccogliere un pallone in fondo alla sua rete, né per impedire che il fatto avvenisse. Ha avuto da lavorare, questo sì, sia nel primo che nel secondo tempo, ma esclusivamente per parate di ordinaria amministrazione, per sbrigare situazioni di poca difficoltà. 

La Stella Rossa di Belgrado ha lasciato un'ottima impressione di sé, bisogna dire. Presentatasi incompleta, ché oltre all'attaccante che era stato ferito nell'incontro di andata, mancava ora anche il terzino Stankovic, essa ha condotto il suo incontro in crescendo. Ha cominciato lasciandosi dominare in modo anche netto, se vogliamo, poi si è ripresa poco per volta e ha terminato il primo tempo svolgendo qualche bella azione. La ripresa è stata invece tutta sua. Nella seconda parte dell'incontro la fisionomia tecnica della compagine è apparsa trasformata. 

Comandando la palla, gli jugoslavi comandavano il gioco. Con calma e precisione essi facevano della sfera quello che volevano: facevano cose che gli uomini nostri più non sanno fare. Salvo un breve periodo verso la mezz'ora, essi hanno dominato con continuità nella seconda parte dell'incontro. Buon per la Fiorentina che le occasioni da rete che hanno fat- to maturare, essi le hanno mancate tutte in modo bambinesco. 

Tre sono state queste occasioni che hanno lasciato un loro attaccante solo davanti al portiere fiorentino - prima la mezz'ala sinistra, poi l'ala sinistra, infine il centravanti - e nessuno dei tre ha saputo trarne profitto, sparando ogni volta a lato. Senza di questi madornali errori, il risultato della gara sarebbe stato diverso da quello che fu. 

Il pubblico delle grandi occasioni affollava il campo, più di 60 mila persone, con critici del gioco convenuti da ogni parte d'Italia. Molto pubblico attorno al rettangolo e parecchio nervosismo sul campo, dove i falli e i colpi duri non sono stati risparmiati né da una parte né dall'altra. Gli spettatori reclamarono anche la punizione massima in un paio di occasioni, per la squadra di casa naturalmente. Ma l'arbitro, la cui lingua nessuno capiva sul campo, fece in ogni caso orecchie da mercante. Molto ben affiatato coi suoi due guardialinee, egli ha diretto l'incontro con discreta oculatezza ed è riuscito a portarlo a termine senza gravi inconvenienti. 

Ma quella che abbiamo vista non è stata la Fiorentina che ci attendevamo. Di «squadrablocco » - di quella compagine salda e ben registrata in ogni suo reparto, della quale il calcio italiano ha tanto bisogno in questo momento in cui stiamo misurandoci con lo straniero - non si è vista che una metà: la metà difensiva. E' già qualche cosa, ma non è tutto. Anche in questa occasione è avvenuto quello che speravamo non avvenisse: l'undici venuto da oltre confine ci ha insegnato come si fa ad attaccare, ci ha fornito un esempio di come il giocatore possa controllare la palla, di come egli debba avanzare tenendo l'azione a terra e trovando il proprio compagno libero da marcatura. 

Da parte italiana le cose belle sotto questo aspetto le ha fatte un attaccante solo: Julinho: combinazione non era italiano nemmeno lui. 


La partita: tabellino e video 

In morte di Ferruccio Novo

L'8 aprile 1974, quasi venticinque anni dopo i suoi giocatori, si spegneva Ferrucio Novo, artefice del Grande Torino

Un dirigente 'principe'
di Paolo Bertoldi

Pezzo su pezzo aveva messo insieme un capolavoro, il Torino di Mazzola destinato a rimanere squadra-simbolo del calcio italiano. Dopo iI giorno di Superga, però, non fu più lui. Continuò ad avere incarichi di presidente, in Federazione, nella Nazionale, nel Club granata: ma appariva un sopravvissuto e forse lo sapeva. A qualche amico discreto confidò che la sorte era stata troppo amara, impedendogli di condividere il destino dei calciatori che aveva radunato come in una famiglia ed amato come figli. Lottava tuttavia per lo sport, anche se sentiva affievolirsi la caratteristica grinta mascherata della cortesia piemontese; lo chiamavano il diplomatico sorridente. Negli ultimi anni della sua piena attività avrebbe dovuto impegnarsi per restare all'altezza dei tempi: inconsciamente vi rinunciò. Il vero Novo è stato l'ultimo dei «principi» delle società calcistiche, un elemento rinascimentale che dà tutto al Club, ma vi domina per la personalità marcata. Nell'epoca dell'efficienza tecnica sulle sue spalle l'abito da dirigente-manager sarebbe apparso stonato, peggio del giubbotto con bleu-jeans al posto del doppio petto scuro, e Novo era uomo da eleganza classica, in grigio. 

Nato nel 1897, era arrivato al calcio incominciando nel Collegio San Giuseppe. Aveva poi giocato in maglia granata da terzino, ma il Novo famoso era stato un altro, un giocatore dell'epoca dei pionieri, da lui appena conosciuto. 
Il suo destino era di comandare. Industriale abile nella vita, diventava un costruttore avveduto come pochi nel football. Copernico, che collaborò con lui nel Torino ed in Nazionale, racconta commosso come Ferruccio Novo arrivò a creare la squadra leggendaria. La svolta decisiva avvenne dopo un colloquio notturno in cui Borel, già allora profondo conoscitore della tecnica, convinse il presidente della necessità di adottare il WM, in un'epoca in cui molti impazzivano per il metodo. Borel e Gabetto erano considerati elementi finiti nella Juventus; passarono all'altra sponda per poche lire in un trasferimento che suscitò sensazione. Novo stava pilotando la squadra con eccezionale abilità tra i marosi della guerra. 
Nella stagione '42-'43 venne acquistata la coppia di mezze ali destinata a lasciare un'impronta inconfondibile: Loik e Mazzola. Novo pagò senza esitare un milione, più Petron, battendo sul tempo la concorrenza di Schiavio che trattava per il Bologna. 
Grezar era costato 600.000 lire, Maroso proveniva dal vivaio, come pure Rigamonti, studente in medicina a Torino, presto attratto dal fascino del campo di via Filadelfia. 
Bacigalupo era costato relativamente un'inezia, meno di 200 mila lire. Castigliano poco più di mezzo milione. Per avere Menti dalla Fiorentina, il Torino aveva dovuto assicurarsi Gei e dirottarlo alla squadra viola; Ossola era stato segnalato da Janni, allora allenatore del Varese. 
Novo, diventato presidente nel 1939, riuscì così a formare uno squadrone invincibile nel periodo più difficile dello sport italiano. Era tanto stimato che a lui affidarono la Nazionale quando si trattò di sostituire Vittorio Pozzo. Ne sorse un'inimicizia profonda da parte del vecchio CU. 
Novo ne fu amareggiato, ma comprese lo stato d'animo del vecchio capo vincitore di due titoli mondiali e di un'Olimpiade. Cercò sempre un riavvicinamento, che il ferreo Pozzo ostinatamente rifiutò. Al di là dell'episodio azzurro i due probabilmente continuavano a stimarsi. Erano uniti dal filo indissolubile della passione per il calcio. 
Con gli azzurri, Novo, che ebbe come collaboratori Copernico ed Aebl, esordì bene nella partita vinta a Genova sul Portogallo ma finì con la disillusione dei mondiali in Brasile dove l'Italia fu eliminata. Nel frattempo, però era accaduta la tragedia di Superga. Gli assi del Grande Torino erano scomparsi: occorreva attendere perché le nuove generazioni riportassero il nostro football ai livelli di un tempo. 
Anche nella ricostruzione del Torino, dopo il 1949, Ferruccio Novo partì di slancio, assicurandosi Moro, il più estroso e certo più forte portiere italiano. 
Non tutti gli altri granata risultarono all'altezza del difensore. Il Torino ebbe alti e bassi di rendimento ed il suo presidente ne seguì la sorte. Nel 1955 passò l'incarico al senatore Guglielmone. 
Ferruccio Novo rimase presidente onorario, una personalità dapprima molto importante ed ascoltata, poi via via sempre più evanescente. Seguiva le partite 'nascondendosi' nei popolari. 
Tra pochi giorni la sua figura popolare e patetica sarebbe apparsa ancora una volta il 4 maggio a Superga. Novo, invece, non assisterà alla cerimonia per il venticinquesimo anniversario della data che più ha avuto influenza sulla sua vita. Ora è anche lui con quelli del Grande Torino.

La Stampa, 9 aprile 1974

In morte di Enrico Ameri, mister radiocronaca

Il 7 aprile 2004 se ne andava Enrico Ameri. Se Ciotti era Coppi, Ameri era Bartali. "Se Ciotti era la voce, Ameri era il ritmo" (Gigi Garanzini).

Addio Ameri, mister radiocronaca. La voce che faceva vedere il calcio

di Antonio Dipollina


E' stata la voce più celebre del calcio italiano, Enrico Ameri, morto l'altro ieri ad Albano Laziale. Tra una settimana avrebbe compiuto 78 anni. La voce più celebre di un'epoca in cui il calcio era soprattutto radio, racconto a voce. Resterà per sempre in uno degli slogan più popolari, "scusa Ameri", di cui era protagonista ma che venne pronunciato migliaia di volte alla radio da schiere di telecronisti colleghi, in primo luogo Sandro Ciotti, che lo ha preceduto nel viaggio, scomparso lo scorso luglio.

Era nato a Lucca, era entrato in Rai nel 1949 e la sua prima radiocronaca, un Udinese-Milan, è del 1955. L' ultima fu un Genoa-Juventus del '91, prima di andare in pensione. Ne hanno calcolate circa milleseicento, comprese quelle storiche e immortali per almeno tre generazioni di italiani, dalla finale dei Mondiali vittoriosi nell'82, alla tragedia dell' Heysel. Ma aveva raccontato anche lo sbarco sulla Luna da Cap Canaveral, era stato inviato di guerra in Indocina, nello sport aveva seguito anche il ciclismo, le Olimpiadi e tutti gli eventi più importanti in quarant'anni di storia. Resterà il simbolo più riconoscibile di un calcio mediaticamente all'opposto di quello attuale: le partite della domenica erano protette all'inverosimile, "Tutto il calcio minuto per minuto" iniziava addirittura dal secondo tempo, e lui era la voce che annunciava a milioni di tifosi incollati alle radioline (espressione che nasce proprio da lì) il risultato del primo tempo della partita più importante della giornata. Ma non erano pochi quelli che, nelle gare serali di coppa sempre più trasmesse dalla tv, azzeravano l'audio del televisore e accendevano la radio per seguire la partita con il "ritmo Ameri", instancabile, incalzante, il motto "rete!" secco come un fucilata e mai urlato. Con le dovute eccezioni, come il bagno di follia collettiva del Mundial 82 quando si urlava eccome, il file Mp3 dell' estasi ai gol di Rossi-Tardelli-Altobelli è merce da collezione su internet.


Con Sandro Ciotti, celebrato come la voce più letteraria del calcio, il dualismo è sempre stato intenso. Troppo diversi, per quanto accaniti avversari in interminabili partite a carte nelle trasferte di lavoro. Per Ameri la giornata era soleggiata, per Ciotti la ventilazione inapprezzabile, per Ameri il rettangolo di gioco e quanto vi accadeva esaurivano eccome l'evento da raccontare. Aveva, in effetti, tecnica superiore nella parola e un modo assolutamente istituzionale del racconto della partita, un modo che dettava legge e relegava gli svolazzi di Ciotti (molto più competente, peraltro) a seconda voce, per sempre. Lo sbarco in forze delle truppe televisive su tutto il mondo pallonaro ha archiviato definitivamente l'epoca.


Si racconta che Ameri avesse terrore di arrivare in ritardo alle partite e fosse solito presentarsi allo stadio tre ore prima dell'inizio. Nei vari stadi aveva compagni fidati che lo aiutavano a ingannare l'attesa con le carte. A fine gara si mescolava tra la folla in uscita dallo stadio e se ne andava, abitudine che tenne finché non diventò anche un volto televisivo. A lui si deve l'idea del Processo al calcio, che suggerì ad Aldo Biscardi: in effetti ne condusse le prime due edizioni, nell'81 e nell'82. Ameri fu anche in video nelle prime "contemporanee" con le partite domenicali, prima ancora di Quelli che il calcio, nel programma Italiani di Andrea Barbato. Era il 92, stava per arrivare lo strapotere delle tv sul pallone e Ameri, colpito anche da un ictus, sparì dalle scene. 

Milioni di italiani non hanno bisogno certo di parole per portare Ameri nella memoria, ognuno ha un ricordo particolare, da chi sosteneva che "fa vedere la partita alla radio" a quelli più critici per un modo del racconto che andava invecchiando rapidamente. Lo hanno ricordato tutti, ieri, dal suo successore diretto Riccardo Cucchi a molti altri. I radiofonici del calcio (quelli che secondo un commento molto cinico di un dirigente, tempo fa, "vengono ascoltati ormai solo dagli automobilisti") rimpiangono non solo lui ma un intero mondo perduto per sempre. E ne elogiano convinti soprattutto il tono e il ritmo. Come ha detto Cucchi: «Ci raccomandava sempre di stare attenti al ritmo delle parole, che però non significava parlare a raffica o urlare». Ecco, il rimpianto è tutto lì, e non solo nel calcio, e non solo alla radio.

La Repubblica, 8 aprile 2004

Ma come fanno a lodare Altobelli?

Negli anni '80 Inter e Real Madrid si incrociano spesso negli ultimi turni delle competizioni europee. I Blancos la spuntano sempre. Ma il 2 aprile 1986 (semifinale d'andata di Coppa Uefa) sembrava per l'Inter la volta buona, perché al Meazza mette sotto i Blancos, grazie anche a una doppietta di Tardelli, che rispolvera le sue ormai leggendarie esultanze. Sembrava. E infatti discretamente scettico fu, scrivendo del match, Gianni Brera.

----

Provo qualche perplessità nel rivivere Inter-Real Madrid sul piano tecnico-tattico. Innanzitutto, questo debbo dire: che è stata una partita ricca di emozioni, però slegata, diseguale, non bella nè esaltante (per i milanesi). Le due squadre erano incomplete: al Real mancavano Sanchis e Maceda, i due terzini centrali d'area, nazionali; all'Inter mancava Collovati in difesa; inoltre, Kalle Rummenigge giocava per scommessa: è ancor molto abbia fornito le due palle-gol che Tardelli ha trasformato. Anche l'arbitro ha contribuito ad accrescere gli equivoci: uno scandinavo non è capace di vedere le astuzie maligne di due squadre latine. Gli spagnoli si sono molto lagnati di Frederiksson, ma anche Altobelli e Fanna sono stati abbattuti in area e hanno chiesto invano giustizia. 

L'Inter ha giocato in frenesia per circa mezz'ora. Poi si è confusa. I suoi raccordi si sono guastati. Palle-gol favorevoli hanno mancato Altobelli e Fanna, che ha pure mandato un cross a spiovere sul "sette" opposto: quindi, non ha colto una traversa, ha semplicemente sbagliato un cross. I madridisti (ohibò) si tenevano a un livello stilistico più alto. Essi perdevano il confronto solo in difesa, avendo improvvisato la coppia centrale d'area. Che vi fosse un buco davanti a Ochotorena ha subito dimostrato Tardelli, scattando a cogliere il geniale assist in rovesciata di Kalle. Gli spagnoli hanno protestato per il fuorigioco: l'avrei fatto anch'io.

Particolare inquietante anche per la difesa interista: il Real ha avuto dalla sua almeno tre palle-gol, tutte sciupate, e ha costretto Zenga a deviare sulla traversa un fortissimo tiro da fuori di Michel (19' ). Le discrepanze stilistiche dell'Inter erano gravi: in difesa eccellevano i soli Zenga e Bergomi; in centrocampo alternavano buone cose ad autentiche sconcezze il giovane deludente Cucchi, gli arrembati Brady e Tardelli, che pure ci davano dentro con molto impegno; in attacco, un Kalle visibilmente menomato, uno stordito Altobelli. 

Ho sentito e letto laudi a Spillo Altobelli. Non scherziamo. Al 55' dopo la ripresa, Fanna ha messo al centro una palla-gol clamorosa, bassa e invitante: Altobelli non se n'è accorto. Poi si è disperato come un allocco, mettendo in ancor maggiore evidenza la propria colpa. Non basta: all'8', Fanna si è ripetuto crossando da destra un'altra palla-gol: l'ha mancata ignobilmente Kalle e, dopo un istante, di capa, anche Altobelli. Il quale ha sparato uno spioventone casual in area al 9' e Ochotorena è uscito tardi, sicchè il Kalle ha potuto dare di capa all'indietro: Tardelli con il destro teso, balzando avanti, ha messo palla in rete. Allora ha imitato se stesso al 2-0 della finale mundial di Madrid e correndo come un ossesso ha bruciato le residue energie. 

Quando non è chiamata in causa la loro sconnessa difesa, gli spagnoli sono bravissimi: per fortuna dell'Inter, sbagliano molto anche loro: grossolane le papere sottomisura di Vasquez e Valdano. Però l'Inter si è dissolta, è come andata insieme: i suoi sono tutti stremati: Zenga esce clamorosamente a vuoto prima di venir infilato su angolo da Valdano. Qui sembra morta l'Aida. Gli spagnoli si rilassano: le ultime disperate reazioni dell'Inter approdano se non altro a un vezzoso autogol di Salguero. Sul 3-1 sembra giusto essere un po' più ottimisti: ma si sa che il Real è furentissimo al Bernabeu: e se non è bastato il 2-0 dell' anno scorso, che era più favorevole, perchè e come dovrebbe bastare il 3-1? Per fortuna, la logica è bandita dal ragionamento calcistico; quindi è lecito sperare per il ritorno del 16 aprile. Ultimo rilievo: qualche interista ha picchiato troppo (sgomitando) e se ne ricorderà al Bernabeu. In casa propria, anche gli spagnoli sono trucibondi. E per giunta il Real ha più vigore tecnico dell'Inter, peraltro più dotata di fantasia. Alla fine sceglierà Eupalla senza far torto a nessuno.

Gianni Brera
La Repubblica3 aprile 1986

----

Rivedi il match in Eupallog Cineteca