Ultimo tango

[19 giugno 1974, Neckarstadion, Stuttgart]

Nonostante le infinite occasioni create, i nostri non riuscirono a sotterrare la matricola haitiana sotto la valanga di reti che avrebbe messo a tacere la critica e i pessimisti di vocazione. Col senno di poi, sarebbero bastati un paio di gol in più. E sarebbe bastato vincere contro l’Argentina, qualche giorno dopo.

L’ambiente è turbato, i laziali fanno fuoco e fiamme, e Chinaglia (inguardabile nella prima partita) resta in panca. La partita è strana, l’Albiceleste, che certamente non è in un momento di particolare fulgore, presenta gente a noi quasi sconosciuta, capelli lunghi e calzettoni abbassati, alla Sivori. I più famosi sono Héctor Yazalde, cannoniere dello Sporting Lisbona, Ruben Ayala, arrivato nel ’73 all’Atletico Madrid, e l’arcigno Heredia, pure lui militante nei Colchoneros e in campo a Bruxelles per la recente finale di Coppa dei campioni, vinta dal Bayern nella ripetizione. In Spagna giocavano da un anno anche il portiere titolare, Daniel Carnevali (a Las Palmas), mentre in Francia si era trasferito il terzino sinistro Bargas (a Nantes). C’è anche un giovane e acerbo Kempes. Il migliore è senz’altro René Houseman, trequartista rapido e astuto, ventunenne. La bilancia anagrafica (poiché si stima la gioventù degli avversari un fattore sensibile, a fronte della nostra maturità) pende dal lato sudamericano. Sono, mediamente, di tre anni più giovani dei nostri. Furbi, parecchio. Ma la temuta rissa non esplode mai.

L’Argentina passa in vantaggio. Fabio Capello non legge in tempo l’inserimento di Houseman (che Valcareggi quasi auspicava fosse in campo: è “uno che indulge troppo alla preziosità e alla finezza del palleggio, danneggiando nel contempo la velocità dell’azione”, così all'inviato del Corriere della Sera, la vigilia), messo davanti a Zoff con un abile filtrante da Babington. Impeccabile la conclusione. Il pareggio arriva subito ed è un autogol, lo procura Benetti che, ottimamente imbeccato da Rivera, controlla male di petto mentre irrompe in area. La traiettoria si allunga, Perfumo aveva calcolato un altro tempo di entrata, Carnevali è beffato [foto, sotto]. Il primo tempo è tutto qui.


La partita è strana. Nella parte centrale del secondo tempo loro esercitano una certa pressione, che costringe i nostri ad arretrare e attestarsi a protezione sul limite dell’area. Un catenaccio involontario, reso fine a se stesso dalla difficoltà di innescare il leggendario contropiede, a causa dei molti disimpegni sbagliati. Nando Martellini è in ansia, occorre uscire da questa trappola. Urgono sostituzioni. “Anche Wilson si sta scaldando, ci saranno due cambiamenti probabilmente nella nostra squadra mentre l’Argentina viene avanti con Babington, colpo di testa di Burgnich ma la palla rimane sempre agli argentini, ad Ayala, Babington, ha respinto ancora Burgnich, è un muro al limite dell’area, va a terra Rivera, va a terra Rivera, molto stanco. Houseman … [fischi] Fallo di Benetti su Houseman e calcio di punizione mentre viene fermato il giuoco. Valcareggi richiama Rivera e Morini e fa entrare Causio e Wilson. Rivera e Morini ritornano in panchina: Rivera stanco e Morini che risente ancora dell’incidente”. L’altoparlante annuncia le sostituizioni. Il pubblico fischia quando viene pronunciato il nome di Morini. Resta in silenzio quando viene annunciata l’uscita di Rivera.

Quel pallone perduto sulla nostra tre quarti – un controllo riuscito male: stava progettandone l’uso a vantaggio dei compagni – è l’ultimo toccato da Gianni in maglia azzurra.

Mancano meno di tre minuti al 90°. Causio, allargatosi sulla sinistra, imbecca bene Riva in area, che uncina di sinistro la sfera in coordinazione difficile, ma se la allunga troppo. Era in fuorigioco. Poco dopo, alla fine di un’azione insistita, con parecchi rimpalli, organizzata sulla destra da Causio e  Benetti, lui si muove su tutto il fronte, a cercare la posizione, ma l’azione finisce con un tiro telefonato di Causio. La telecamera va su di lui, che alza le braccia come a rimproverare i compagni che non l’hanno servito. Sono gli ultimi istanti di Rombo-di-Tuono in nazionale.


I reprobi

Nazionale ‘tradita’ dal cervello Rivera e dal cannoniere Riva.
La sconcertante svagatezza di Rivera.
Rivera nettamente sopraffatto da Telch.
Ora tutto rischia di franare perché lui, Riva, non c’è.
Rivera, fiacco e svagato, tentava improbabili lanci.
Si è visto un Rivera smarrito e umiliato.
Quasi svergognato nelle sue arti di stilista.
Ha sbagliato cose elementari, si è lasciato soffiare palloni come un principiante.
Non ha nelle gambe i novanta minuti di una partita.
Riva: se ne sta laggiù ad aspettare il pallone, come un gigante disarmato.
Per anni la nazionale ha giocato per Riva, per anni è stato l’intoccabile mostro sacro. Ora ha già fallito due volte la prova. Non si può rischiare di farlo fallire una terza volta.
Per la verità Riva ha fallito la prova in modo clamoroso anche perché gli sono venuti a mancare i lanci di Rivera, a sua volta in defaillance.

Rivera e Babington

Rivera: "Forse si pretende sempre che io vinca la partita da solo".

Valcareggi: "Rivera non era in giornata normale, ma non è il caso di drammatizzare. Io non mi preoccupo. Lo conosciamo tutti. Rivera non è in discussione".

Valcareggi: "Riva è in buone condizioni fisiche. Qualcosa non ha funzionato, e si è reso meno pericoloso del solito".

Mazzola, invece, è salvo.

Mans


Gianni Brera, vate di Eupalla

Pubblichiamo l'intervento di Maurizio Harari, letto nell'ambito di "Brera: pensieri liberi sul più seducente giornalista sportivo del Novecento", incontro svoltosi a Pavia il 27 settembre 2019, in occasione del centenario della nascita di Gianni Brera.


All’uditorio dei Senzabrera parlerò da outsider e voyeur eminentemente palabratico di calcio, lettore affezionatissimo del Vate per circa trent’anni e specialmente appassionato del suo “Guerin sportivo” e dell’inimitabile rubrica dell’Arcimatto. E parlerò anche come studioso e docente di mitologia, perché di narrazione mitologica qui si tratta: e adotterò un approccio scientifico, squisitamente accademico, analizzando le fonti (cioè la fonte: il Brera medesimo) e ricostruendo immagine e funzioni della Dea.

Eupalla chi è? La sua presenza e attualità nel web è impressionante. La definizione è comunque breriana, con tanto di etimologia: la “benevola che assiste pazientemente alle goffe scarponerie dei bipedi” e “presiede alle vicende del calcio ma soprattutto del bel gioco (dal greco eu, ‘bene’)”. Attenzione, però, ché ‘benevole’ sono in Grecia le Eumenidi ossia le Erinni, le Furie tormentatrici di Oreste... Il teonimo è dunque composto dall’avverbio gr. eu e dall’it. palla: la Ben-palla, cioè Colei che (se ne ha voglia) fa giocare bene a palla – come Eu-terpe era, per es., la Ben-piacente. 

Non sembra necessario cercarvi l’epiteto Pallas, Pallade (di Atena), quantunque Brera accosti Atena ad Eupalla in una similitudine che traiamo dalla sua cronaca dell’Italia-Germania 1970: “Albertosi voleva strozzare Rivera, che se ne andò mestamente avanti mentre Bonimba spendeva le ultime energie in un’eroica sgroppata […] Pensai, riflettendoci, al duello fra Achille e Ettore sotto le porte Scee. Achille scagliò la lancia: Ettore la schivò: Pallade Atena la raccolse per ridarla al Pelide: allora il prode figlio di Priamo si accorse che la sua sorte era segnata. Una Pallade Atena che poteva benissimo chiamarsi Eupalla evitò a Rivera lo strangolamento da parte di Albertosi e gli offrì benigna la palla di Bonimba che significò il suo trionfo”. Ma corretta esegesi di quel passo mostra che Eupalla rimane Eupalla, fra Albertosi e Rivera, così come Atena fra Ettore e Achille – e il Bonimba, come si è visto, fa la parte della lancia (con confronto quasi ironico e sconveniente a una struttura fisica che evocava il nano circense Bagonghi). La similitudine è letteralmente omerica, in una scrittura esplicitamente epica e perciò formulare e infarcita di neologismi e nomignoli fortemente espressivi. 
Com’è fatta Eupalla? Non mi pare che Brera l’abbia mai precisamente descritta. Si sa che è femmina, inequivocabilmente tale, e dunque s’apparenta alla passività “volubile” delle squadre italiane – e dell’Inter in particolare, che è “passionale […] agli antipodi del pragmatismo che caratterizza la Juventus” –; a dispetto del nome è “una dea, non una sfera” e “secondo com’è vista può sembrare”. Quasi una statua di Lisippo, che faceva la figura umana non com’è – dice Plinio – , ma come la si vede o la si vuol vedere. 
L’immaginiamo, in ogni caso, opulenta come un’ostessa, col panneggio abbondante di Musa e la palla (invece che il rotolo o il compasso o il flauto) nella mano. Mirko Volpi l’ha vista, in un paradiso che, anche a prescindere dall’autorità dantesca, non poteva non essere sferico, “assisa in regal trono” avendo ai lati Iohannes Brera, appunto, e Pelè, “il re dei bipedi giuocator”.

Quali sono le funzioni della dea Eupalla? Essenzialmente due. La prima attiene al suo statuto onomastico e iconografico: è la Musa che ispira la scrittura di sport e soprattutto la scrittura di calcio. L’incipit di una Tottiade di recente pubblicazione (Costantini 2013) suona infatti brerianamente così: “O Musa pedatoria, / o Sfera dei Capricci, / raccontaci una storia, / del grande calcio dicci / Eupalla diva” ecc. ecc. 
La seconda funzione investe direttamente il “giuoco” – da pronunciare alla maniera del Cavaliere –, in quanto la dea agisce da Tyche, indirizzando gli esiti capricciosi, indecifrabili e ingovernabili di un confronto in cui non sempre vince chi è meglio organizzato.
In proposito, Stefano Benni ha evocato un’altra dea apparentemente speculare e antitetica, Dispalla, che “con sghemba e beffarda mano fa impazzire le traiettorie e sbilenca le parabole”; ma non s’è accorto che la sua Dispalla altri non è se non il volto oscuro della Medesima, in una dialettica pilotata da eventi accidentali, che scoraggia le teorizzazioni degli ideologi del calcio totale e pretende la semplicità euclidea e l’astuzia ulisside del contropiede all’italiana. 

Questa doppia qualità della Dea si manifesta nell’espressionismo lessicale di una scrittura che trascende l’ ”argomentare di pedate” – “inutile come cercar di governare l’Italia secondo Benitone da Predappio” – e costruisce, non so quanto volontariamente, una specie di memoria culturale. Rivera come Achille, Riva come Brenno, Maradona un Cerbero, l’arbitro “un po’ magistrato e un po’ sacerdote” (e il boxeur Alì il protetto degli “dei della foresta e della savana”). 

Qui s’intersecano letteratura antica e antropologia culturale – il “razzismo” di Brera proviamo a considerarlo da questo punto di vista – nell’edificazione di cronaca in cronaca di un intero “Ramo d’oro” dello sport, intessuto da un indimenticabile sir James Frazer “di riva e di golena, di boschi e di sabbioni”. 

Maurizio Harari (Direttore del Dipartimento di Studi umanistici dell'Università di Pavia)

Audio e video di tutti gli interventi della giornata qui


Il Grande Torino


Uno dei giorni più luttuosi della storia d'Italia: 4 maggio 1949. Lo schianto sul basamento della basilica di Superga annientò il Grande Torino. Il lutto non riguardò solo i familiari delle 31 vittime dell'incidente aereo ma il paese intero, sgomento e in pena. Due giorni dopo, la radiocronaca del funerale fu trasmessa in diretta, con il commento di Nicolò Carosio e di Sergio Zavoli. Il calcio italiano perse una generazione di campioni, uscita dalla guerra come erede di quella che aveva dominato il mondo negli anni 1930s e ideale ponte di congiunzione con quella che ricominciò a vincere a livello internazionale negli anni 1960s.

A fare Grande il Torino era stato il presidente Ferruccio Novo che, negli anni peggiori della guerra, fu capace di garantire ai giocatori l'esonero militare e di proteggere il tecnico ebreo ungherese Ernő Egri Erbstein. Anche il CT Vittorio Pozzo collaborò alla costruzione della squadra, raccomandando ai giocatori in odore di Nazionale il trasferimento a Torino. L'acquisto delle mezzali Valentino Mazzola ed Ezio Loik segnò l'inizio del ciclo vincente: cinque scudetti consecutivi, nel 1943, 1946 (i campionati intermedi non furono disputati), 1947, 1948 e 1949; e la Coppa Italia nel 1943.

La classe dei giocatori - il portiere Bacigalupo, i terzini Ballarin e Maroso, il centromediano Rigamonti, i centrocampisti Grezar, Castigliano, Loik, gli attaccanti Menti, Gabetto e Ossola, e il fuoriclasse Mazzola, costituivano l'XI dell'ultima stagione - era tale da poter adottare più schemi di gioco: l'iniziale "metodo" (WW); la moda importata negli anni 1940s, vale a dire il sistema (WM); e il "mezzo sistema". La squadra segnava tantissimo e poteva permettersi di giocare scoperta dietro. Secondo Gianni Brera la tragedia la colse nel momento in cui stava maturando una svolta tattica più prudente, che le avrebbe probabilmente garantito anche i successi a livello internazionale.




4 maggio 1949: Prima pagina della "Gazzetta" | Lo strazio che non ha nome | Settimana Incom
Ricordi: Bruno Roghi (1949) | Gianni Brera (1989) | Il Conte Rosso (1999)
Documentari: Il Grande Torino | Soltanto il cielo li dominò
Gli XI: 1942-1943 | 1945-1946 | 1946-1947 | 1947-1948 | 1948-1949
Il santuario: Stadio Filadelfia
Letteraria: Ai campioni del Torino di Mario Luzi | Me Grand Turin di Giovanni Arpino | Nel piccolo caffè di via Garibaldi (Alfonso Gatto)
Biblioteca: Un ineguagliato genio del pallone
Kultur: Quel giorno di pioggia | Osvaldo Casanova


Superga 70 anni dopo (Nicola Sbetti) - con collegamenti ad altre risorse

ClochArd – La triste storia di Joachim Fernandez


Il Casamance a dicembre è ancora ingrossato dalle piogge, le piogge della stagione delle piogge. Le piogge, meravigliose piogge, le piogge maledette piogge…anche quelle di danaro e di successo. Il Casamance scorre in Senegal, nella sua parte meridionale: scorre in terre piatte, spesso paludose e le sue acque sono attraversate da piccole imbarcazioni di pescatori, che attraccano poi su sponde ricche di vegetazione; piroghe e natanti sulle quali marinai primitivi dalle fragili onde tirano su pesci dal sapore fangoso. Dove sei, Casamance? Dove siete, pescatori? Dove sei, amore mio? Dove sei, figlio mio? Diosanto…Qui fa freddo, fa tanto freddo! 

Questo enorme serpentone d’acqua, dopo aver attraversato chilometri di nulla, bacia l’Atlantico con un estuario che se lo sognano in Europa…l’Europa che ci ha “scoperti”, l’Europa che ci ha dominati, talvolta aiutati, più spesso sfruttati. Vabbeh, sono passati anche secoli, da quando quell’ “italiano” che non sapeva ancora di essere italiano venne a farci visita e per qualche cavallo ne prese quasi cento, di nostri amici e fratelli. “Sciavi” li chiamava, chissà…fra quei cento, magari c’era pure qualcuno della mia famiglia. Che bello, il Senegal! Sì, anche a dicembre. Ed era il 6 dicembre del 1972 quando mamma mi diede la vita: donna bellissima, mia madre…forse fu lei la musa di Senghor, “donna nuda, donna nera”. Che tempi, gli anni della nègritude! Tempi in cui non eravamo più “sciavi”, ma uomini liberi, alla ricerca di noi stessi, della nostra cultura, della nostra storia, delle nostre radici. Radici. Penso alle radici e mi vengono in mente quelle profonde degli alberi, che scavano la terra, penetrano nel suolo profondo, arrivando fino al cuore. Ma che spesso non riescono da esso ad uscire. Prigionieri della propria libertà. Siamo stati anche questo, noi africani, noi senegalesi. Radici. Meraviglioso limite. Senghor ci aveva avvertiti:”La vera cultura è mettere radici e sradicarsi”. Certamente, non farsi sradicare, ma sradicarsi. Ci siamo riusciti? 
Spesso ho mangiato le radici. Le mie radici. Non c’era molto altro, negli anni 70 a Ziguinchor, a meno che tu non fossi abbacchiato coi francesi. E i miei di abbacchiarsi coi francesi, almeno con quei francesi, lì in Senegal per amore del denaro (amore che avrei conosciuto anche io, maledetto me!), non ne avevano proprio voglia. Se loro sono venuti qui…ma perché non andiamo noi là? Addio Senegal, addio Casamance, addio Senghor. Il mio viaggio inizia qui, da ragazzino ti lascio, materna mia terra, ma tornerò. Tornerò. Giuro!


Fernandez a 17 anni
Bordeaux. Gli zii abitano qui. Mamma e papà sono rimasti in Senegal: le radici non pagano più di un biglietto di sola andata per il sogno. C’è il mare, poco distante. E’lo stesso oceano che ho lasciato anni fa. Questo mi rincuora. Certo, è tutto diverso: palazzi, traffico, uffici, automobili, gente che va di corsa (ma dove andrà così di fretta?!) e io che vado a scuola. Da solo. Non ho molti amici qui, anzi, quasi nessuno. Ma anche io avrei “paura” ad andare in giro con me stesso: sfioro il metro e ottanta e non ho neanche 18 anni, grosso, robusto, un armadio. Incuto timore. Ma qualcosa di delicato ce l’ho anche io. Sì, i piedi. Sarà per le tante corse sulle rive del Casamance, sarà per merito della mia bella mamma, ma i piedi li so usare. E non solo per camminare, ma anche per tirar calci al pallone. Lui sì, che è mio amico: silenzioso, pacifico, ubbidiente, educato…come me. E i miei piedi. Anche altri si sono accorti dei miei piedi. Un tizio qui dice di allenare i ragazzini della squadra della città e mi ha convinto a seguirlo. Ora sono nelle giovanili, li chiamano i “Girondini”. Chissà perché, ma mi piace. E io piaccio a loro. Gli anni passano e io continuo a crescere in altezza e nel fisico. Il tizio e i suoi colleghi, li sento parlottare un giorno…Dicono cose del tipo:”Il ragazzo deve crescere”, “Deve farsi le ossa”, etc. Mi mandano in un’altra società, dove posso migliorare la mia tecnica e le mie qualità possono avere tempo di esprimersi. 


Sedan. Freddo. Dio mio che freddo! Le mie lunghe gambe spesso attraversano questa poltiglia bianca che qui chiamano “neve”: mai vista prima! Ti ghiaccia la testa, finanche i pensieri sono ghiacciati. Ti ghiaccia il corpo! E i piedi? Mamma mia, mi dolgono da morire. Non bastano calze e calzini, sono irrimediabilmente freddi. Quei piedi che bagnavo in acque torbide, ma calde adesso spesso riposano dinanzi al timido calore di un camino. Però i piedi continuo a saperli usare. Il mio mister è un tipo in gamba, si chiama Michel Leflochmoan: non ho ancora vent’anni e tiro calci con Delmotte e De Neef, gente da decine e decine di match nella serie A francese. Il Sedan è al momento in seconda serie, ma per me è un sogno giocare tra i professionisti! Il mister mi manda in campo una quarantina di volte e io non me la cavo affatto malaccio. Segno anche un gol! Io che fino a pochi anni fa pescavo sulle rive di un fiume senegalese. E anche i guadagni non sono male. Sembra girare tutto nel verso giusto adesso. 


Angers. Altra stagione in seconda serie. Città splendida, patria di quel Bodin che disprezzava “l’abbondanza di oro e argento” (Jean, parlavi di me?). Anche qui c’è l’acqua. Non è l’oceano, ma un fiume. La Maine. E’destino. E’sempre il destino che manovra le nostre vite. O almeno la mia. O almeno così mi piace pensare, quanto meno per scaricarmi la coscienza dai miei errori, dalle mie responsabilità. Qui mister Guesdon mi utilizza spesso, gioco abbastanza da mettermi per bene in mostra. E anche qui segno un gol. 27 partite. Il sogno continua. 

Il giovane Joachim Fernandez ai tempi del Bordeaux: 
dietro di lui un giovanissimo Zizou
Bordeaux. Parte II. Erano prestiti e si sa come funziona nel mondo del calcio. Ti mando lì, là…nella speranza che tu possa esplodere. Beh io il mio l’ho fatto. E anche benino. Sulla panchina del Bordeaux c’è un serbo, Slavo Muslin. Uno che da giovane giocava in difesa. Come me. Ed è stato bandiera della gloriosa Stella Rossa Belgrado. Mi inserisce nella seconda squadra. Ma per lui sono invisibile. Rimango tra le riserve e solo talvolta posso assistere (non partecipare, assistere) agli allenamenti della prima squadra. E sapete chi c’era in quel Bordeaux di metà anni 90? Lui. La classe cristallina, talento puro, luce del calcio. Lui. L’immenso Zinedine Zidane. Ha 23 anni, come me e gioca come mai avevo visto fare. Accarezza il pallone come si fa con una bella ragazza. E con lui in rosa c’è qualcuno che conoscerete sicuramente, almeno di nome: Lizarazu, Dugarry, un’olandese che si farà valere tanto, Witschge, e anche un certo Prunier che giocherà nella prestigiosa piazza di Napoli, seppur poco e male. Ma capita. Ci sta. E’ una bella squadra davvero. Spesso li vedo dalla tribuna. Ma i miei occhi sono solo per Zizou. Come fa, mi chiedo in continuazione. Dai mister, chiamami. Dai, mister…almeno una convocazione, anche solo in allenamento, anche solo in panchina. Ma lasciami giocare con Zizou, con Christophe, con questi grandi campioni. Dai, mister. Niente. Poi succede. Sì, ragazzi…succede. E’inizio novembre del 1995, non potrò mai dimenticare quei giorni: alcuni difensori non sono disponibili, tra infortuni e squalifiche e lo slavo viene da noi, nelle riserve. Parla col nostro mister, chiede, chiacchiera e poi mi indica. E’fatta. Sono convocato e non per andare in panchina: signori, gioco titolare il match dell’8 novembre (dopo il mio compleanno, festeggio anche ogni 8 novembre!) a Lens. Il Lens di quel Bolì che porterà sul tetto d’Europa il Marsiglia, il Lens di quel Laigle che a Genova, sponda Sampdoria, lascerà ottimi ricordi, il Lens di altri volti noti come Dehu e del mio vecchio amico Delmotte. Il nostro 11 di partenza: Huard, io, Croci, Dogon, Prunier, Lizarazu, Toyes, Dutuel, Witschge, Grenet e Bancarel. Finirà 0-0. Io gioco tutto il match. Loro non segnano, io faccio un figurone! Muslim si complimenta, i compagni mi abbracciano. Certo, non abbiamo vinto, ma è un buon pari, fuori casa. E dopo l’esordio nella serie A francese, arriva anche quello in Europa: ottavi di finale di Coppa Uefa contro il Betis Siviglia, di quel Robert Jarni che addirittura indosserà la maglia della Juve. All’andata s’è vinto per 2-0, il ritorno lo giochiamo con noi ragazzi in campo. Prima del match, arrivano i giornalisti e mi chiedono se ho timore, paura e io rispondo, con semplicità, con ovvietà: ”Loro hanno le magliette e noi abbiamo le magliette. Loro hanno le scarpe e noi abbiamo le scarpe. Perché aver paura?”. La mia dichiarazione fa il giro del paese. Passiamo in vantaggio con Zidane (un lob da 35 metri! La classe, dicevo…), ma veniamo rimontati. Perdiamo, ma passiamo ugualmente il turno. Io gioco ancora una volta tutti i 90 minuti e mi becco pure un giallo! Fa nulla! Torno fra le riserve con altro spirito, nella speranza di una nuova chance. Che arriva dopo pochi giorni. Andiamo a giocare a Nantes e di fronte ho Pedros e Cauet, altri due che hanno conosciuto l’Italia. Sarà mica questo il mio destino? Va male, molto. Ne prendiamo due, doppietta di N’Doram. C’è Zidane in campo e per me è già una vittoria. Io non brillo, ma comunque ancora una volta gioco tutto l’incontro. Dopo l’entusiasmo, arriva il limbo. Passano i giorni, le settimane, i mesi e io ritorno fra le riserve aspettando nuovamente la chiamata da Rohr (un tedesco subentrato a quell’antipaticone di Muslim, che sta al Bordeaux come Facchetti all’Inter), ma non arriva. Arriva l’inverno più cupo della mia vita, anzi…ne vivrò altri peggiori, sicuramente, ma questo è veramente triste. Dimenticato. Mi rispolverano a marzo. Ed è sempre in occasione della Coppa Uefa. E’ un’impresa improba: il Milan di Capello all’andata ci ha uccellato due volte a San Siro. Ehi, il Milan di Capello, capito? Sì, quello di Baggio, Weah, Donadoni, del mio mito Vieira, Baresi, Maldini…è il gotha del calcio. Meglio in giro non c’è. A Bordeaux, nella partita di ritorno, siamo destinati a fare gli agnellini, le vittime sacrificali. Poi qualcuno o qualcosa (il destino?) decide che le cose debbano andare diversamente: dopo un’oretta di gioco siamo sul 2-0 per noi. Zidane e Dugarry si trovano a meraviglia e i totem rossoneri fanno una figuraccia. E’la notte del Bordeaux, è la nostra notte. Dugarry (che, ironia della sorte, diverrà rossonero poco dopo) la mette nuovamente dentro. Siamo sul 3-0, Davide surclassa Golia, la storia si ripete. Io sto in panchina. E’già tanto esserci. Esulto ad ogni gol, corro ad abbracciare chiunque. Poi a 5 minuti dalla fine, quando i milanisti premono, quando Weah spaventa il nostro Huard più volte, quando il sogno sta per diventare incubo perché basta una rete loro e siamo fuori dalla Coppa….quando c’è tutto questo, mister Rohr mi dice: ”Scaldati che entri!”. Io? Io, mister? Ma sei sicuro? Anche se solo per pochi minuti, fosse anche un solo secondo, io devo marcare George Weah? Fu così: esce Tholot e io vado lì dietro a fare diga, a fare resistenza, a fare linea Maginot. Quando il turco Cakar emette tre fischi esplode la gioia, l’impresa è compiuta. 3 – 0 al Milan! Impensabile, anche per il più folle dei folli! C’è ancora la Coppa Uefa e andiamo a giocare a Praga, contro il sorprendente Slavia di Poborsky (italiano anche lui, l’incubo degli interisti). Dopo 8 minuti il nostro Christophe ci porta in vantaggio. Da qui è solo catenaccio. Che dura fino alla fine, con me a dare una mano lì dietro negli ultimi minuti. Vinciamo uno a zero. Stesso risultato del ritorno, ma io in Europa non giocherò più. Mai più convocato. E i miei amici girondini volano in finale. Un traguardo inimmaginabile solo fino a pochi mesi prima. Certo, il Bayern è uno squadrone e noi giochiamo l’andata senza i nostri due alfieri, Zizou e Christophe, squalificati. Perdiamo 2-0, ma ormai siamo abituati alle rimonte, no? La storia si ripete no? No, stavolta no. Al ritorno i tedeschi (che tanto crucchi non sono visto che hanno in campo Klinsmann, Papin, Matthaus, Sforza e Ziege, manovrati sapientemente da Kaiser Franz Benckebauer) ce ne danno 3. La vincono loro la coppa, ma noi siamo la felice sorpresa del torneo. E io? Io sono ritornato un po’ nell’ombra, ma pochi giorni dopo la disfatta europea ritorno in prima squadra. Ci sarà ancora spazio per me? Sono in campo nella partita di ritorno del mio esordio: in casa contro il Lens. E va come all’andata. Identico. 0-0. Partita scialba, ma io non demerito e dopo meno di un mese Rohr mi manda in campo ancora una volta da titolare e per tutto il match contro il PSG di Djorkaeff, idolo della Milano nerazzurra, e Dieng, incubo della Genova doriana. Ancora pari, ma per 2-2. Rohr mi dà nuovi compiti: ricordate la storia dei piedi? Tranquilli, ho sempre freddo, ma i piedi sono sempre delicati e il tedesco dalla panchina spesso mi incita ad avanzare palla al piede, ad impostare, a dare il via alla manovra girondina. Non mi ci vedo mica male, a centrocampo. D’altronde l’ho detto, Vieira è il mio idolo. La mia stagione al Bordeaux si chiude con mezzo match giocato a fine campionato contro il Lille, a giochi fatti, un match senza particolari obiettivi, vinto facilmente. E ora? Mi confermano, mi daranno via? In prestito? Mi vendono. Definitivamente. E io accetto, il contratto è ottimo. Soldi, tanti. 

Caen. Sul mare. Anche se ritorna il freddo e non è Bordeaux, né tantomeno il calmo oceano africano. Vento, pioggia e spesso tempeste dominano le mie giornate. Qui finalmente ho possibilità di giocare titolare e in prima serie, seppur in una squadretta senza troppe pretese, anzi una sola: salvarsi. Segno un gol, gioco 29 incontri, faccio coppia con Gallas che da qui poi supererà la Manica (ci vuole poco…) e farà fortuna in Inghilterra. Ma ormai divento spesso anche perno del centrocampo. Intanto, io la mia fortuna me la sono costruita e me la costruisco tuttora. Rimango un tipo chiuso, taciturno, parlo poco, con mia moglie non va granché bene. Aspetta un bambino. Ma qualcosa non va. Non sono sereno, non mi sento sereno. I soldi non mancano e anche le pressioni: i primi li spedisco spesso anche a casa, giù in Senegal…partono freddi e arrivano caldi. Le seconde le tengo per me. Il Caen retrocede. E mi vende.

Joachim Fernandez in una figurina Panini 
con la maglia dell'Udinese
Udine. Di me qualcuno si ricorda ancora. E’Alberto Zaccheroni. E’lui che mi vuole ad Udine. La fortuna torna a girare. Il destino torna a girare. Io torno a girare. Il freddo lo troverò sempre sulla mia strada e anche quello del Friuli non scherza! Ma è la seria A. A 25 anni è il massimo. Posso ripartire e dal meglio del meglio: Juve, Inter, Milan, Roma…mi confronterò con queste squadre. Non vedo l’ora! E l’ora arriva subito: 31 agosto del 1997, arriva la Fiorentina di un mostro come Batistuta e di un altro piedino fatato (io che ho visto all’opera quello di Zizou me ne intendo…), cioè Rui Costa. Al 72esimo siamo sul 2-1 per noi. Si deve difendere questo vantaggio. Zac richiama Paolino Poggi e mi manda in campo. E’l’80esimo, è il mio esordio. Devo fare muro e sono cose che so fare. Purtroppo non avevo mai incontrato un fenomeno come Batigol: in 10 minuti ci fa due reti. Vincono i toscani. Io rimedio una figuraccia. I 10 minuti più terribili della mia vita. I 600 secondi che mai avrei voluto vivere. Zac (qui lo chiamano così) dopo poco troverà la quadra: l’Udinese diventerà un treno in corsa; è una squadra di provincia eppure quell’anno farà cose favolose. Davanti c’è un tedescone che la butterà sistematicamente dentro: si chiama Oliver Bierhoff. Dietro, una difesa rocciosa. Arrivano a viaggiare nelle parti alte della serie A, ma Zac, trovato l’incantesimo, non ha tempo né voglia di concedere spazio (e prendersi rischi) a giovani e sperimentazioni di varia natura. E seconde chance. Per lui non esisto più. Mi cedono. Ho fallito. Che botta, ragazzi! 

Monza. Tra la nebbia. A stento riesco a vedere i miei piedi, tanto è fitta! I miei piedi…che fine hanno fatto, dov’è finita quella grazia che li accompagnava?! E’ la serie B. Inizio con mister Radice e chiudo con mister Frosio, in mezzo c’è spazio anche per mister Bolchi. 6 occhi e nessuno che guarda me. Mi incupisco sempre più. Mia moglie sparita. Mio figlio idem. Non ho notizie da mesi. Non vedo vie d’uscita, poi con questa nebbia…che vuoi vedere?! Sto sempre solo. Certo, mi alleno ma non gioco nemmeno un minuto. Sto per fare le valigie, ma il Monza mi tiene ancora un anno. La nebbia aumenta. La disperazione pure. Mi convocano spesso, ma il campo lo vedo appena 5 volte e mai da titolare. Prestazioni sottotono. Mi lascio definitivamente andare. Ma almeno torno in Francia: il Monza mi gira al Milan che mi gira al Tolosa 

Tolosa. Non c’è molto da dire. Sono ritornato in Francia per cercare mia moglie e mio figlio, ma di me non ne vogliono sapere. Gioco pochi minuti. La luce è lontana. Vado via. Ripartire dalla Scozia. 

Dundee. Cosa trovo? Ovviamente freddo e pioggia. Pioggia e freddo. Fuori e dentro me. Solo, 7 partite. Nulla da dichiarare all’aeroporto. Direzione? Indonesia!

Malang. Solo il nome rispecchia come mi sento. La squadra si chiama Persema. Mai sentita. Ma pagano. Poco, ma pagano. Ho giocato con Zidane, contro Baresi, calcato il campo della serie A…e mi ritrovo a 29 anni a scontrarmi contro tizi dai nomi impronunciabili: Nugroho, Rusdiana, Munawar…Un campionato ai limiti del dilettantismo. Merito questo? Forse sì. Qui almeno fa caldo, tanto caldo, troppo caldo. E c’è un mare di gente che parla una lingua a me del tutto ignota. La solitudine rimane, inalterata. Torno al gol. Gioco due partite. Ormai sono un ex giocatore. Meglio lasciare. 

Domont. Porte di Parigi. Banlieu, insomma. Freddo, freddissimo. E’ gennaio. Mi aggiro per il mercato rionale. Qualcuno mi offre un caffè caldo, qualche ortaggio, del pane e ogni tanto qualche sorriso. In fondo alla strada, sì quella che porta fuori dal paese, c’è un container abbandonato. La mia casa, qualche coperta, un fornellino e i pochi spiccioli che racimolo elemosinandoli ai passanti che ne hanno pochi di più. Indosso quel che trovo, mi lavo dove posso, mangio quando vogliono…quelli che mi danno due soldi all’angolo della strada. In Francia li chiamano “clochard”. Io sono uno di loro. Invisibile fra gli invisibili. Fantasma fra i fantasmi. Io, che il mio nome veniva annunciato dagli altoparlanti degli stadi europei. Io, che il mio nome è andato sui cartellini degli arbitri e negli archivi dei giornali sportivi più importanti del pianeta. Io sono questo ora. Com’è successo? Perché è successo? Dov’è Zizou? E Dugarry? Freddo, fa freddo, troppo freddo. Non la reggo più questa vita, questa storia, questo freddo…il container è completamente ghiacciato e la fiammella del piccolo fuoco acceso con due legnetti si sta spegnendo. Basta. Finisce qui. Triplice fischio. Buio. 

….

Joachim Fernandez verrà trovato cadavere il 19 gennaio del 2016. Morto assiderato. Viveva da senzatetto ormai da anni. In paese era conosciuto come il classico barbone che non dà fastidio, sempre buono, anche se solo e taciturno. Come aveva vissuto. La sua salma è stata rimpatriata pochi giorni dopo. 
In Senegal.

Claudio Marengo

The Old Master - Il padre del calcio italiano

Chi era Vittorio Pozzo? Era "semplicemente un piemontese risorgimentale, ciecamente convinto delle virtù piemontesi; uno per cui la parola sacra era el travai" (Giorgio Bocca). Pozzo è figura centrale nella storia del football italiano, di cui è stato autentico emancipatore. Non solo per i due titoli mondiali conquistati (oltre a due coppe della Mitteleuropa e a un oro olimpico); non solo per l'invenzione del campionato a girone unico; anche (e forse soprattutto) per il contributo alla conoscenza del calcio internazionale e per le relazioni che - viaggiando - riuscì a stabilire. The Old Master: così, a lui, si rivolgevano gli inglesi. 

Sul piano tattico, diede un'impronta definitiva alla scuola italiana: sua l'escogitazione del 'metodo', di un gioco essenzialmente basato su difesa e contropiede veloce. Fu forse precocemente accantonato, in nome di velleità innovatrici che portarono, negli anni Cinquanta del secolo scorso, a risultati disastrosi. Non perciò smise di seguire le competizioni più importanti, dettando a "La Stampa" cronache talora pignole e tutt'altro che brillanti, talora ironiche e spassose. La figura di Pozzo è stata a lungo, nel dopoguerra, controversa. Considerato uomo di regime, è stato poi parzialmente riabilitato. Parzialmente: non abbastanza, a nostro parere. Comunque lo si voglia giudicare, va ricordato per quello che è: un monumento della storia patria.

Vittorio Pozzo si spense a Torino il 21 dicembre 1968.


Vittorio Pozzo si muoveva ormai come un fantasma in un calcio che non era più il suo e non gli apparteneva più: all'estero lo rispettavano come il più grande personaggio del calcio d'ogni tempo; in Italia alla venerazione e all'ammirazione del pubblico - che soprattutto nei periodi deludenti vedeva in lui il simbolo dei trionfi passati - faceva riscontro sempre più evidente e aspra l'ostilità degli ambienti più direttamente colpiti dalle sue severe e pungenti critiche ...
Addio Pozzo, addio commendatore. Non vedremo più la tua fiera testa bianca. Ma non promettiamo di ricordarti sempre: sarebbe un'ipocrisia. La legge spietata della vita che continua, cancella tutto attraverso il tempo. Ti diremo solo che tu meriteresti di non essere dimenticato.

(Gino Palumbo, 'Corriere della Sera', 22 dicembre 1968).


L'ultima cronaca di Monsù


Da Bologna, meno d'un mese prima di andarsene, Vittorio Pozzo detta il suo ultimo pezzo per "La Stampa". E' andato a vedere Bologna-Milan, partita di cartello della domenica di campionato. Il resoconto di Monsù è breve ma preciso. Forse un po' stanco.

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Bologna, lunedì mattina [25 novembre 1968]

A Bologna, l'episodio più interessante dell'ottava giornata del campionato, i rossoblu emiliani sono riusciti ad infliggere la prima sconfitta del torneo al Milan capolista. Un risultato non del tutto prevedibile. E' servito al Bologna per dimenticare le amarezze della sconfitta di domenica scorsa a Bergamo e la delusione d'esser eliminati dalla Coppa delle Fiere; ed è costato caro al Milan, che ha perso il primo posto della classifica a vantaggio del Cagliari. La gara è stata molto vivace ed interessante, all'insegna di un pressoché perfetto equilibrio. Nel primo tempo, il Milan ha fatto registrare un sia pur lieve predominio, che, però, non è riuscito a tradurre in goal. Il Bologna, dal canto suo, ha retto benissimo il confronto. Sostenuta a gran voce dal pubblico, con Bulgarelli in funzione dì regista ed impegnato a disputare a Rivera il ruolo di miglior uomo in campo, la squadra di Cervellati si è sempre difesa con notevole ordine, ed è passata in vantaggio grazie a Muiesan, che, intervenendo di testa su un tiro di Turra, sorprendeva il portiere milanista Cudicìni. I rossoneri, trovatisi in svantaggio, reagivano con vigore, ripartendo all'offensiva, senza però farsi mai veramente pericolosi. L'assalto del Milan è continuato si può ben dire per l'intera ripresa. Il Bologna si arroccava, tenace e testardo, i rossoneri commettevano qualche errore, forse per eccessiva precipitazione. Di attimo in attimo, sembrava che il Milan potesse raggiungere quello che sarebbe stato meritevole pareggio, ma, quando gli attacchi degli uomini di Rocco si facevano più pressanti, ecco allora venire di scena Vavassori. Il numero uno bolognese ha compiuto una serie di eccellenti parate, il successo dei bolognesi è, in discreta parte, suo. In un clima di assoluta e confortante correttezza, sia sul terreno come sugli spalti, la sfida è andata verso la fine, sempre con il Milan disperatamente proteso verso la rete dei padroni di casa. Ma, nonostante numerose emozioni, sottolineate dal coro degli spettatori, il risultato più non doveva cambiare, i rossoblu lasciavano il campo festosi, dopo aver sostenuto, senza alcun dubbio, la loro miglior partita dell'attuale campionato. Il Milan è uscito sconfitto, però a testa alta. Ha esercitato nel primo tempo una discreta superiorità, ha dominato nella ripresa. Vanta al suo attivo parecchie azioni che avrebbero potuto portare al goal, ma la giornata non di vena eccezionale da parte dì qualche elemento della prima lìnea, insieme al momento di grazia di Vavassori, hanno significato una sconfitta che, comunque, i rossoneri hanno accolto senza imbastir dei drammi. Da parte del Milan, quasi a siglare la correttezza della gara, c'è stato anzi un simpatico riconoscimento delle qualità degli avversari. Da segnalare infine che entrambe le compagini si sono servite del tredicesimo uomo. Nel Bologna, l'esordiente Scala ha sostituito Pascutti (che rientrava dopo una lunga assenza) al 15' della ripresa, mentre, nelle file del Milan, Santin ha preso il posto di Trapattoni al 27' della ripresa.

"Stampa Sera", 25-26 novembre 1968, p. 7

Elogio dell'odiato football

Ai primi di settembre del 1992 iniziava il campionato, dopo la non felice esperienza olimpica degli azzurri guidati da Cesarone Maldini. Così ne salutava il ritorno Gianni Brera: l'ultimo che poté, solo parzialmente, seguire e commentare.

Mi accingo a salutare il ritorno del campionato, e subito echeggiano in me i versi folli di Lautréamont dedicati all'antico Oceano. Non così arcana è l'arte di Eupalla, nostra musa. E' un estro umano a rivalutare le mani posteriori, diventate nei millenni umili piedi. L'armonia dei mondi si riassume nel prillare di palle sempre meno astruse, non più di cuoio greve, non gonfie di bitorzoli, di stringature coriacee, abradenti. La fantasia dell'uomo si scatena in gesti fra la danza, la lotta, l'acrobazia, il furto con destrezza: la sola coordinazione a esprimere fa eleganza: ed è la sezione muscolare a esprimere potenza: parti ignote del piede trovano impatto con la palla e il terreno: e dico ignote per pietà dell'uomo, che si trova talvolta a posare la parte superiore della punta, misteriosamente impiegata a reggerlo, mentre l'altro piede si lancia a intercettare interdire anticipare interrompere la trama che l'avversario intesse, obbedendo a geometrie o nuove o risapute, secondo capacità di ritmo e di inventiva. Cito un gesto impensato nel quale io stesso incappavo quando le difficoltà agonistiche m'impegnavano oltre la norma. E il bello è che forse non cadevo. Dalla parte superiore della punta ricevevo la spinta necessaria a recuperare equilibrio, coordinazione, ritmo! E poi solitamente ridevo quando ginnasiarchi d'accatto pretendevano di riassumere in esercizi cervellotici i gesti propri del calciatore, magari attribuendo indebita ipertrofia a muscoli non necessari nel pedatare. Quali muscoli impieghi, comparuzzo? L'istinto ti induce a calciare. Tendi il braccio e la gamba cercando coordinazione. Il piede si adegua all'impatto, così le articolazioni. Giusto perciò che s'incominci a pedatare giovanissimi. Le gambe sono elastiche, ricche di osseina. La sensibilità sulla palla si acquisisce. Poi si studia la tattica. S'impara la geometria, si supera il solipsismo del bullo che è in tutti noi. 
Il calcio è gioco collettivo. Niente entusiasma come il successo comune. Ho avuto come fratelli ineffabili dispari del sottobosco sociale. Giocavamo insieme a calcio. Il nostro allenatore era Luserta (Lucertola), detto Weiss. Aveva questo nome l'ungherese che allenava l'Inter e avrebbe allenato il Bologna (chiedetene a Giorgio Faccioli, centromediano di alta statura). Ben cinque di noi venimmo scelti per la rappresentativa di Milano, e tre di quei cinque giocarono gli incontri annuali con il Torino. Il napoletano Formicola, scartato a 13 anni dall'Inter, batteva i corner di collo esterno sinistro emulando il divino Orsi e il più pragmatico Kossovel del Milan. Lui ed io restammo con la voglia di crescere e i femori corti dei popoli più antichi. Crebbero Campatelli e Montipò, longilinei di squisita eleganza. Campatelli inventò la teoria del riposo, della quale si scandalizzò il giovane cronista che era (fu giovane, sì) mio fratello. 
Per il calcio si può delirare. Ho delirato, delirerò ("quante evve!", mi deplorerebbe Mario Soldati, che scrive in filigrana d'argento, come un bigatto che secerne seta). G.P.O., che è pure invecchiato, avendo incominciato giovane assai, non però pedatando, ha l'aria di snobbare dall'alto il fenomeno calcio. Sbaglia a non confinare nel loro vieto limbo i ragazzetti esaltati dal modulo maldiniano. Li fa insultare dagli schermitori (bon, quei!); giudica atletica il basket e il volley ball: il calcio, invece una gnagnera viziosa e viziata. In occasione dell'Olimpiade sbagliamo a favorire i ragazzetti già miracolati in Europa. Come fatalmente deludono, ce la prendiamo, da isterici, con loro. In realtà hanno fatto più di quanto non si dovesse attendere uno che capisse il calcio (veh quanti congiuntivi). Favoriti dallo jus loci gli spagnoli; sospettabili di vittoria i poderosi polacchi non ancora contaminati dal dio uno e quattrino. Gli italianuzzi, quelli sono i resti negletti d'un mercatone che li ha esclusi da tempo. Ripetiamo le penose manfrine del guardone medioevale, il mento sulle transenne della lizza: entro la lizza in fervida giostra, i grandi campioni stranieri. Il solo italiano di sangue blu che affronti volentieri quel rischio è un Cecco Gonzaga tutto fiorito di sifilomi. Quando gli daranno il comando dell'esercito (?) italiano, il Taro in piena gli smonterà le piazzole dei cannoni, e fesso lui che ha scelto quella precaria golena per metterli in batteria. Torniamo ai nostri scartini. Sono sempre disposti a rischio in riva ad un torrente che può dilatarsi a scomposta fiumara. Li abbiamo esaltati prima e poi, delusi, li abbiamo mortificati come si meritavano (perfino gli schermitori, buoni quelli!). Maldini ha raccolto gli stracci e rifatto le valigie. Verrà dannato per colpe tutte italiane, anzi italianiste. 
Ora la lizza è pronta a ospitare le giostre più cattivanti. Siamo tutti col mento sulle transenne. Aspettiamo gli eroi presi in affitto. Sono venuti con la comprensione dei loro connazionali, tutti capaci di valutare il costo del denaro. La lira vibra come quella - ahi, metaforica - dei poeti, ma non v'è limite alla nostra malizia di guardoni. I campioni presi in affitto sapranno risparmiarsi quando la Patria (loro) li chiamerà al cimento. Allora noi toglieremo gli scarti dalle nostre depauperate barriques e li affideremo a un dio pelato ma rigeneratore: il modernissimo Arrigo: non quello atteso da Dante, ma il Sacchi originario di Mandello. E fia il combatter corto, ché l'italo valor non è ancor morto. Non dimenticare, Giovanni, che l'attacco di questa canzone era "Italia mia, benché 'l parlar sia indarno". Anche a me si svuotano le mani, cercando di afferrare questa sabbia. Le dita si fanno labile clessidra. 
Com'è facile sparlare di te, Musa Eupalla! Eppure ti abbiamo venerato, ti veneriamo. Il fenomeno calcio ha sveltito un intero popolo. Quando era questione di plus-calore, a pedatare andavano i principi del sangue. Poi i ricchi si sono accorti che la pedata non qualificava socialmente e sono tornati ai loro ludi tradizionali. A giocare hanno preso i piccoli borghesi, quelli che avrebbero vinto la guerra, portando fuori dalla trincea gente sulla quale era puntata la vigile mitragliatrice dei carabinieri. Oh yes. I piccolo borghesi hanno costituito il nerbo della pedata nazionale. Pensate ai piemontesoni delle incrollabili difese azzurre: chi non era ragioniere era geometra. E da queste parti il piccolo borghese, aspirante, vendeva frutta e verdura a Porta Vittoria. In Emilia si era mobili, come il lecchese Schiavio Stoppani, ingegneri, laureati; così in Toscana e nel Lazio: Bernardini; il conte Bompiani, poi diventato editore, e quale! Il calcio italiano ha incominciato a consistere, ad avere coscienza di sé quando sono maturati al mestiere di tecnico i giocatori che avevano studiato negli anni trenta: i Bernardini, i Foni, i Frossi, i Rava, i Rosetta, i Rocco, i Lerici, gli Scopigno, e prima di questi il mancato ragionier Gipo Viani, che la madre trevigiana aveva aiutato a scappar di casa negli ultimi anni venti (prima all'Us Milanese e poi all'Inter, giusto con Weiss). 
Adesso siamo una potenza mondiale che ha il torto di farsi bella con penne non tutte sue. Spendiamo troppi quattrini, tanti - ahimè - che qualcuno pensa agli ultimi dannati giorni di Pompei. Molti che giudicano le nostre armate hanno dimenticato che dagli anni 50 abbiamo esportato il modulo via via adottato in tutto il mondo. E costì i nesci irridono alla sola gloria di cui ci possiamo vantare. E' l'ignoranza a causare l'equivoco. Ignosce illis, Eupalla: essi non sanno e vanno perdonati. Anzi, che si godano il campionato aspettandosi ogni volta il meglio. Fino a primavera, buona domenica a tutti.

La Repubblica, 5 settembre 1992

La prima vittoria del Napoli a Torino

Un'istantanea dell'XI partenopeo nella stagione 1930-31
Le cronache di Monsù Poss
24 novembre 1930


Nel campionato 1930-31 la Juventus azzeccò un filotto di otto vittorie, dalla prima all'ottava giornata del girone di andata. Il 23 novembre ospitava tuttavia, al "Campo Juventus di Corso Marsiglia", il Napoli. Fu la prima sconfitta dei bianconeri in quel torneo, e - in assoluto - la prima vittoria dei partenopei in casa della Juve. Vittorio Pozzo così descriveva (senza alcuna particolare retorica) l'impresa.



Prima sconfitta della Juventus in Campionato. Sconfitta che desterà scalpore, per il modo, e le circostanze in cui fu subita. I bianco-neri si trovarono in svantaggio di un punto fin dai primi minuti dell'incontro. Cinque minuti di giuoco infatti non erano ancora passati, che già Ruscaglia aveva mandato la palla a finire nella rete. E non s'era giunti ancora alla mezz'ora che gli ospiti avevano segnato una seconda volta a mezzo dell'ex juventino Vojack I. Se il primo punto era stato segnato con la complicità del vento che aveva impedito a Combi di acciuffare la palla nel tuffo in cui s'era gettato, il secondo era stato frutta di una azione magistrale e di un tiro imparabile. Scombussolata e nervosa, la Juventus, pur reagendo con forza, non riusciva a diminuir nulla dello svantaggio prima che l'arbitro mandasse lo squadre negli spogliatoi per il riposo di metà lempo. 

La strenua difesa napoletana 

Alla ripresa le ostilità prendevano una fisionomia ben netta, e delineata. Era la vera fase conclusiva dell'incontro. La Juventus si lanciava all'attacco con tutte le forze di cui poteva disporre, col peso dell'intera squadra cioè. Attacchi su attacchi, avanzate su avanzate, offensive su offensive. La pressione era così costante e vigorosa che ad un certo punto anzi più non era il caso di parlare di attacchi: il giuoco aveva preso fissa dimora nella metà campo degli ospiti, con una certa tendenza anzi a soffermarsi nell'area di rigore. Chiusi nella propria metà campo, schierati davanti alla propria porta, i napoletani si difendevano a denti stretti. Tattica loro unica, la difesa; scopo loro esclusivo: giungere al termine dell'incontro senza che il punteggio o per lo meno il risultato subisse variazioni. 
E si assisteva allora ad una lotta disperata, che non aveva gran che di tecnico nel senso proprio della parola, ma che aveva una bellezza ed un interesse affatto particolari. 
Gli ospiti, abbandonato come abbiamo visto ogni proposito d'attacco, avevano richiamato in aiuto agli uomini di difesa il maggior numero di giuocatori possibile. Giuocavano con tre terzini e cinque mediani. L'area di rigore ne risultava piena, zeppa. Sul muro difensivo cosi costituito, i bianconeri sferravano e vedevano irremissibilmente infrangersi le loro avanzate. Non si passava. Di mano in mano che il tempo avanzava, attaccanti e mediani juventini diventavano più nervosi. Gli attaccanti cadevano tutti nel tranello del giuoco alto. Quando la palla giungeva nell'area di rigore, vi giungeva dall'aria: e si trovava naturalmente tutto un fascio di uomini pronti ad intercettarla od a rinviarla. Certo, come spesso avviene in simili circostanze, il caso e la fortuna contribuivano alla buona riuscita della tattica dell'unità che si difendeva. La rocca dei napoletani fu infatti quattro o cinque volte ad un nonnulla dal capitolare. Nella confusione parve anzi una volta che il pallone venisse da un difensore bellamente deviato con una mano. Ma il passare attraverso a quella barriera umana era in realtà un'impresa ben difficile. A passare riuscì ciò non di meno la Juventus, ma una volta sola, non quanto bastava per portare il risultato alla pari, nè tanto meno quanto occorreva per vincere. 

Il goal di Cesarini

Ad un quarto d'ora circa dalla fine dell'incontro, Orsi, stretto fra i due o tre avversari che gli facevano vigile e costante guardia, centrava alto proprio davanti alla porta. Due juventini e tre o quattro napoletani saltavano assieme. Cesarini toccava di testa la palla. Marietti, ingannato dal vento e disorientato dal groviglio che gli si era formato davanti, sbagliava il tempo nel suo salto. Mentre egli scendeva dal salto stesso, la palla gli andava a finire nella rete, dietro la schiena. Con un solo punto di svantaggio, la Juventus prese a dominare più energicamente di prima. Ad un dato punto i terzini bianco-neri stessi si portavano nella metà campo degli ospiti: Combi medesimo abbandonò la sua porta ed avanzò rinviando col piede i palloni che gli pervenivano. Nessun scopo pratico venne raggiunto. Palloni alti, passaggi a traiettoria, centri spioventi, tutto veniva intercettato. E d'altra parte, nessun allettamento riusciva ad allontanare gli ospiti dalla loro tattica puramente ed esclusivamente difensiva. Sallustro solo tentò di far qualche cosa da solo in linea di controffensiva, giungendo anche una volta a chiamare al lavoro Combi per una parata ben difficile. Il resto della squadra napoletana, con rinvii lunghi a destra ed a sinistra, portò l'incontro al suo termine, senza che la Juventus avesse potuto raggiungere il pareggio. 
Il primo punto a favore del Napoli, giungendo a pochi minuti dall'inizio ebbe una influenza diretta e preponderante sull'andamento dell'incontro. La Juventus sentì subito che la vittoria le sfuggiva, e fu fin dalle prime battute costretta a lottare per risalire uno svantaggio. Lottò con ogni buona volontà ed energia, bisogna riconoscerlo. Nella scorsa stagione i bianco-neri perdettero più di un incontro per quella specie di apatia di cui parevano cader vittima gli uomini suoi al momento in cui si trovarono di fronte a situazioni imbarazzanti. Ieri no. La squadra non fece economia di forze né di volontà. Più il suo comportamento tattico — assieme, beninteso, alla difesa chiusa e salda degli ospiti — che non permise questa volta ai suoi avanti di raccogliere il successo. Al momento in cui i napoletani si rannicchiarono nella propria area di rigore a tutto pensando fuorché ad attaccare ancora, l'intera squadra juventina si lasciò come assorbire dal vuoto che le si parava davanti. Quelle che dovevano essere raffiche partenti da lontano e rapide ed improvvise per poter aver ragione della difesa napoletana, divennero una .pressione costante e priva di forza di propulsione. Ogni possibilità di penetrazione venne per questo solo fatto compromessa. Il giuoco alto fece il rimanente. L'attacco fece una partita ben sconclusionata, con Ferrari nettamente fuori forma. Meglio per la Juventus che questa sconfitta sia giunta mentre la squadra ha tempo, senza esser pressata dagli eventi, di pensare ai casi suoi, e di porre rimedio agli inconvenienti oggi palesati. 
Ben difficile torna il giudicare il Napoli sulla prova di ieri. Ché la squadra dopo un vantaggio fulmineamente conquistato, rinunciò apertamente ad ogni giuoco costruttivo ad un certo punto. E' brutto per coloro che osservano senza interessi, né passioni e non é rallegrante per coloro che dal giuoco voglion trarre deduzioni tecniche; ma il campionato, con le sue ferree necessità, genera un tipo di egoismo che è comprensibile ed in certo qual modo anche giustificabile. Il Napoli vide ad un certo punto la possibilità di vincere vivendo sul vantaggio acquisito: e non fece complimenti, mandò a farsi benedire le esigenze di tecnica e di bellezza del giuoco, o converti l'intera squadra sua in un reparto difensivo. E riuscì nell'intento. 

Il giuoco del Napoli 

In questo giuoco, che fu un sacrificio dell'attacco, emerse il lavoro tutta energia e sicurezza di Marietti, Vincenzo e Castello. La seconda linea è composta di lavoratori duri, resistenti e coscienziosi. Nessuno degli uomini dell'attacco, a giudicare da quella parte del primo tempo in cui il giuoco fu aperto, ha raggiunto ancora il grado di forma della prima metà della stagione scorsa, per quanto Sallustro paia migliorato in combattività e Mihalic, l'uomo migliore della linea, in fatto di tecnica dia segni di avviarsi nuovamente verso la buona via. L'attacco, nella prima mezz'ora di giuoco,  portò una mezza dozzina di attacchi in stile eccellente. Il primo punto degli ospiti venne segnato da Buscaglia su centro di Sailustro che si era portato verso l'ala destra. Il vento impedì a Combi. gettatosi in avanti, di toccare la palla, e l'ala sinistra napoletana poté sospingere la palla nella rete da pochi passi senza difficoltà, Il secondo punto venne originato da un passaggio trasversale di Mihalic che tagliò fuori metà della difesa juventina. Sallustro, con abile finta, lasciò in possesso Vojack che con un violento tiro di sinistro mandò la palla a finire alta nella rete, Nel primo tempo, la Juventus mancò parecchie occasioni facili da segnare. Cesarini, fra altro, si lasciò sfuggire un pallone di grande facilità a pochi passi dalla porta.

'54 e dintorni


Football Miscellany

Parole a galleggiare nell'aria, a riempire lo spazio stretto racchiuso tra le quattro mura dello spogliatoio. Berna 1954, Wankdorfstadion. Ferenc sente di non dover dare altre spiegazioni, ha appena finito di bere il suo the, ha gettato la maglia rosso cremisi nella cesta di vimini sul tavolo e si è alzato in piedi accendendosi una sigaretta e infilandosi la giacca.
“Vado.”
Il tempo della verità era già finito?
Gustav vorrebbe fermarlo, ribattere che non può andarsene così, ma lui risponderebbe che è venuto al mondiale non per lui, ma solo perché quello è il suo lavoro. Gustav vorrebbe chiedergli qualcosa ma il tempo della verità era davvero finito e Gustav guardò Ferenc scomparire dietro la porta, poi si voltò, appoggiò la testa al vetro dell’unica finestra e ascoltò il rumore della pancia dello stadio spegnersi poco alla volta, restando immobile, con quelle orecchie troppo grandi e la fronte calva, provando a rimettere in ordine i pensieri.

A Budapest, quartiere Lipótváros, c’è una piazza piena di gente. C’è la musica di una fisarmonica all’angolo e quella più netta di un pianoforte che entra e esce dalla porta di un caffè. Le note inconfondibili del “sogno d’amore” di Franz Lizst, mentre il sole scompare lentamente dietro l’orizzonte sagomato dai palazzi sul Danubio. È aprile. Gustav se ne sta nel suo vestito di buona sartoria, nell’andatura goffa, dondolante, eppure tiene lo sguardo dritto davanti a sé, gli occhi a catturare quel pezzo di mondo che gli sta di fronte, a cercare qualcosa che inizia e finisce dentro un nome: “Arancycsapat”.
I ragazzini lo riconoscono, è quello del calcio. Se ne stanno in disparte, ai lati della scalinata di un alto edificio in laterizio. Le risate cedono alla bolla del grande maestro, solo la musica del pianoforte arriva, a sprazzi, a rompere il silenzio dell’ammirazione.
Alfréd, occhi azzurri e profondi come un lago d’estate, vorrebbe parlargli ma ha il timore che quell’uomo non risponda lasciandolo deluso su quei gradini di cemento. Per questo aspetta, sperando che sia lui, se vuole, ad avvicinarsi al gruppo. Gustav Sebes, l’allenatore dell’Ungheria ha capito, soppesa la frase, pescando nel suo credo, rincorrendo il futuro, finché la visione non diventa quella giusta, stemperata dalla luce giallastra dei lampioni in ghisa che se ne stanno, simmetrici, ai margini della piazza. Il giallo oro che assomiglia tanto a quello della coppa Rimet.


Gustav Sebes, uomo di impeccabili credenziali politiche, formatosi come agitatore sindacale negli stabilimenti Renault in Francia, riteneva che lo scontro fra capitalismo e socialismo si combattesse anche sui campi di calcio e il suo contributo alla causa fu l’applicazione di una concezione di gioco in cui ai giocatori veniva chiesto di operare in tutti i ruoli per il bene dell’intera squadra.“Bisogna giocare per il piacere di farlo, per buttare la palla in rete, sempre e comunque, cercando il risultato con naturalezza, impegnandosi e correndo fino all’ultimo respiro senza pensarci più di tanto ma tutti insieme, collettivamente, in concerto".
Bernát, l’unico ragazzino in piedi, pantalone corto e capello mosso da una leggera brezza chiese:
“Vincerete la Coppa?”.



Mesi dopo. Le nuvole sul cielo di Berna.
Puskas è ancora claudicante alla vigilia della finale, Sebes gli chiede chi avrebbe preferito vedere schierato al suo posto. Puskas fa ricorso a uno di quei monosillabi perentori che aveva appreso nella sua brevissima carriera militare e rispose aspramente: “Io! Signor Sebes, per battere i tedeschi mi basta una gamba sola, io la gamba posso appoggiarla, quindi il problema non si pone”.
Veniva dalla Puszta, Puskas, dalla pianura magiara, l’uomo che segnò più di tutti in nazionale, Ferenc Puskas da Kispest, imbronciato, tracagnotto, indolente, le mani assiduamente in tasca, l’unguento nei capelli separati dal pettine, cresciuto sulla strada, come i ragazzi della via Pal, come i ragazzi intorno a Sebes quel giorno di primavera. Puskas aveva 17 anni nel 1945 quando i tedeschi si arroccarono nella cittadella di Buda. Pochi mesi dopo, a guerra conclusa, esordì in nazionale contro l’Austria finendo subito nel tabellino dei marcatori.

“Potevo sentire la palla come un violinista sente il suo strumento, giocavo con la leggerezza di un uccello in volo”, scrisse Puskas nella sua autobiografia a proposito dello stato di grazia che lo visitava.

Sei anni più tardi si sposa con Ersebeth, giocatrice di pallamano e vicina di casa. Grosics in porta poi Puskas, Hidegkuti, Czibor, Kocsis, Bozsik … Campioni Olimpici, poi il 25 novembre 1953 a Wembley umiliano gli inglesi con un sensazionale 6-3.

Il mondiale svizzero per il cinquantenario della FIFA per l’Ungheria è una sinfonia con una nota distorta che comprometterà la composizione. Il tecnico tedesco Sepp Herberger capisce l’antifona e schiera le riserve nella partita del girone. Si, le riserve e un killer: Werner Liebrich. I magiari vincono 8-3, Puskas viene randellato a dovere e deve star fuori contro il Brasile e contro l’Uruguay. Partite tirate, sofferte, gli ungheresi arrivano all’atto conclusivo malconci, stremati; Puskas vuole ad ogni costo giocare la finale dove l’Ungheria ritrova la Germania, la Germania quella vera, e chissà perché così fresca, in forma. L’Ungheria cede 3-2 dopo essere stata in vantaggio 2-0 dopo appena otto minuti, dopo che sembrava fatta, dopo che sembrava fosse un Gulasch perfetto, di quelli cucinati su un fuoco di legna all’aperto. Invece no. Al ventesimo i tedeschi hanno già pareggiato e verso lo scadere Helmut Rahn chiude la faccenda. A Puskas fu annullata una rete in dubbio fuorigioco. Per la squadra d’oro si trattava della prima sconfitta in sei anni. La più cocente.

Gustav Sebes osservò l’orologio dello stadio, in alto sulla tribuna, capì che il tempo era scaduto, che qualcuno aveva commesso un errore di valutazione o di presunzione, sperò che i dubbi e i sospetti venissero chiariti e non depurati. Ci pensò, poi abbassò la testa e pianse per i ragazzi di Buda. Avrebbe potuto riprovarci ma l’arrivo dei cingolati sovietici spezzò in due il novecento e l’Ungheria.

Simone Galeotti

Risultato umiliante


L'ultima coppa del mondo

Quella di Middlesbrough è l'ultima partita degli azzurri in un campionato del mondo che Vittorio Pozzo potè vedere e commentare. Una "clamorosa sorpresa"; anzi, "il crollo più impressionante mai verificatosi nella storia del calcio italiano". Un resoconto breve, lucido e amaro. Del resto, Monsù aveva capito immediatamente l'antifona, già dalla prima partita, pur vinta contro il modestissimo Cile ... 

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Middlesbrough, 19 luglio.
Clamorosa sorpresa, stasera, sul campo di Middlesbrough, la Corea del Nord ha battuto per 1 a 0 la squadra italiana, i calciatori azzurri tornano a casa, schiacciati sotto il peso di una umiliante eliminazione. Fabbri, per il confronto che doveva decidere, ha dato retta alle critiche sorte dopo la sconfitta con l'Unione Sovietica. Il nostro commissario tecnico ha mutato radicalmente formazione, e, sostituito l'infortunato Burgnich con il giovane Landini, ha lasciato a riposo Salvadore, Rosato, Lodetti e Pascutti, facendo posto a Janich, a Guarneri, a Fogli, e, in certo modo, tornando all'antico per l'attacco schierato con Perani, Bulgarelli, Mazzola, Rivera e Barison. 
Neppure le sostituzioni sono riuscite a cambiare volto alla nostra compagine e, a giustificare la nuova batosta - una batosta purtroppo irrimediabile che ci toglie dal giro dei «mondiali» -, non basta sottolineare l'indubbia importanza dell'incidente che stasera è toccato a Bulgarelli verso la fine del primo tempo. L'incidente che ci ha privati del bolognese ha concorso a sguarnire il gioco di centro campo, ma bisogna pur riconoscere che, fino all'attimo del malaugurato episodio, l'Italia non aveva per niente convinto, spesso lasciandosi prendere in contropiede dai coreani, atleti più veloci, più mobili, più scattanti, spesso più abili nei confronti diretti. 
Ed è avvenuto così il crollo più impressionante mai verificatosi nella storia del calcio italiano. Ed il fatto prende la forma e la sostanza di un autentico disastro sportivo. Lo si era avvertito fin dalle battute iniziali del torneo che le cose andavano male, ma che si dovesse scadere in siffatto modo nella scala dei valori mondiali, nessuno l'avrebbe mai e poi mai creduto. Le impressioni che sentiamo attorno a noi sono tutte severe. Qualcuno accenna, qualche altro grida ad altissima voce che si tratta di un «tradimento» da parte di alcuni giocatori. E' meglio non trinciare giudizi avventati, comunque la realtà amara dice che siamo definitivamente eliminati da un campionato del mondo che si sperava addirittura di vincere. E, per carità, non parliamo di sfortuna o di disgrazia, per quanto la sorte non ci abbia davvero favoriti. 
Già alla vigilia si temeva una delusione. La delusione si è realizzata, e nel modo più brusco possibile. Nell'ambiente degli azzurri è mancata la serenità, molte polemiche sono piombate a rendere ancora più difficile e delicato il compito di un tecnico che avrebbe dovuto, invece, operare a mente fredda. In tre successive partite, ha messo in campo formazioni profondamente diverse, e accomunate in un solo malinconico particolare, l'incertezza e la scarsità di rendimento. Al successo contro il Cile, ottenuto piuttosto a stento, con una prova scialba ed opaca, sono seguite due sconfitte con l'uguale punteggio: 0 a 1 di fronte all'Urss, 0 a 1 di fronte alla Corea. Risultati squallidi, subiti da compagini senza nerbo, senza slancio, persino - all'apparenza - senza quell'indispensabile voglia di combattere.

"La Stampa", 20 luglio 1966, p. 8

La partita
Il documentario

Addio alla Seleçao

Il 18 luglio 1971, all'ora in cui in Italia tutti sono a tavola per la cena, molti si sintonizzarono sul secondo programma della RAI. Era la sera di una domenica d'estate, non c'era da aspettare la Domenica Sportiva per vedere le immagini e i campioni della Serie A. Sul primo canale trasmettevano la quarta puntata de La saga dei Forsyte, ma vuoi mettere con Brasile-Jugoslavia? Sì, era soltanto un'amichevole. Ma era l'ultima partita di Pelé. Non l'ultima in assoluto. L'ultima con la Seleçao. Ne scrisse per Stampa Sera, non credendoci davvero, Giovanni Arpino.

Speriamo che l'addio di Pelé al calcio assomigli ad uno dei tanti «brindisi» di famosi toreri (vedi, a proposito, il ritorno del quasi cinquantenne Dominguin nelle arene) e di celebri tenori, che ogni sei mesi recitano davanti a pubblici diversi e commossi una romanza eternamente penultima. A trent'anni esatti, Pelé è un «re» che può ancora tenere in pugno lo scettro. Le sue gambe sono un museo degli orrori e delle cicatrici che il football professionistico regala ai grandi eroi della «pelota», ma la saggezza è intatta, forse accresciuta, come si vide ai campionati mondiali di Messico nell'estate scorsa. 
Allora Pelé, allenato come un astronauta di Capo Kennedy, dimostrò di saper rinunciare ad un «tocco in più» tutto personalistico per far correre la palla a vantaggio di Tostao o Rivellino, suoi scudieri nella crociata del football. Allora Pelé «o rey», dovendo disputare una palla alta ad un difensore che mezzo mondo ci invidia, e cioè Burgnich, balzò come un giaguaro allungando magicamente il suo metro e sessantasette di statura, e fece gol. Allora, avendo acquisito l'ennesima libera docenza in football, Pelé, sempre contro i nostri azzurri, e benché il Brasile fosse largamente in vantaggio, seppe appostarsi al limite della propria area di rigore, rompere e ammininistrare il gioco come un vecchio leone. 
Pelé, cioè il calcio moderno: è un assioma che tutti ripetono, che milioni di persone venerano. Pelé e la «pelota» sono due sposi che non possono divorziare davanti agli occhi del mondo. Se tra cinque anni - ammesso che si ritiri davvero - il negretto tornasse su una sedia a rotelle in un campo di football, lo stadio verrebbe riempito non da migliaia di curiosi, ma da un pubblico di intenditori che tutto ricordano, tutto sanno valutare nella memoria, e che da Pelé seduto attenderebbe ancora un «numero» specialissimo. 
Gli hanno dedicato una via, un monumento, uno stadio. E' raffigurato sui francobolli, ha inciso dischi e scritto un libro. Ha girato film e patrocinato sottoscrizioni benefiche. Ciò che tocca è oro. Perché dovrebbe ritirarsi? Il suo declino fisico è indubbio, ma non così appariscente. Una squadra impostata su di lui potrebbe ancora dominare le grandi competizioni sportive. Pelé è stanco? Pelé dice e fa sapere di essere stato troppo sfruttato e che i tecnici della federazione brasiliana lo usano da anni come un'etichetta per richiamare gente intorno alla Nazionale «carioca». E afferma di essere disposto a giocare per la squadra, il Santos, fino al '74 (l'anno dei prossimi mondiali, guarda un po'), ma non più con la maglia gialloverde del suo paese. Gli eroi pagano un prezzo salato nel professionismo sportivo contemporaneo: Pelé, miliardario e bonaccione, si dice stufo delle speculazioni politico-agonistiche che lo coinvolgono. 
Forse riuscirà a mantenere la propria parola, forse cederà ad ennesime pressioni. A un bel momento, nel cuore di un campione, la ragione segreta del gioco vince. E Pelé giocherà ancora, per mezzo tempo o per pochi minuti, secondo quanto comanda non solo un contratto ma anche l'istinto. 
E' stato davvero il più forte? Da Rivera a Charlton, da Facchetti a Liedholm, le testimonianze sono indubitabili: nessuno, dal centrocampo fino all'area avversaria, ha mai dimostrato a memoria d'uomo la sua capacità di dribblare, di toccare coi due piedi, di inventare un'azione o una «finta», di fuggire in gol, di far secchi decine di portieri avversari. A tutto campo, il suo gioco forse cede qualcosa al grande Di Stefano: ma nei 40 metri non ha avuto rivali, per fantasia e coordinazione, per genio creativo e lucidità manovriera. In Italia fu fermato da Trapattoni. Era il '63, un anno di crisi per il grande «rey». Eppure proprio con Trapattoni appiccicato alle costole, eseguì a San Siro un «numero» incredibile: in elevazione per accogliere un pallone alto lo fermò con la fronte, lo fece scivolare fino alla caviglia e ripartì lasciando di sale il suo controllore giù per le terre. Un miracolo di armonia muscolare e di talento in football
Per questo speriamo che Pelé non s'arrenda, malgrado tanta fatica, tanta schiavitù contrattuale, tanto denaro messo in cassaforte. E' stato detto: dopo Pelé non sarebbe più football. Non è vero: lo si affermò in Inghilterra ai tempi di Matthews, in Italia ai tempi di Meazza, in Spagna dopo gli anni di Di Stefano. Il football rimarrebbe tale anche dopo Pelé. Sarebbe soltanto un peccato non rivedere «o rey»: anche acciaccato, anche prudente, ma così felino nel tocco, così sobrio nell'amministrare un pezzo rotondo di cuoio, cosi incredibile nella fucilata verso la porta. E così naturale nel commentare se stesso e tutte le questioni che riguardano una palla. In Messico, l'estate scorsa, gli si chiedeva che cosa pensasse dei suoi successivi marcatori diretti. Nel suo italiano composto di otto parole (di cui quattro oscene) rispondeva ridendo allegramente: «Mi picchieranno come al solito». 
E come al solito, lui andava in gol. Perché, pur condizionato e sfruttato, si divertiva, si diverte. E' in questa luce che noi non vogliamo credere, per ora, ai suoi addii.

Giovanni Arpino
"Stampa Sera", 19 luglio 1971, p. 3

Per la partita: qui