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Elogio dell'odiato football

Ai primi di settembre del 1992 iniziava il campionato, dopo la non felice esperienza olimpica degli azzurri guidati da Cesarone Maldini. Così ne salutava il ritorno Gianni Brera: l'ultimo che poté, solo parzialmente, seguire e commentare.

Mi accingo a salutare il ritorno del campionato, e subito echeggiano in me i versi folli di Lautréamont dedicati all'antico Oceano. Non così arcana è l'arte di Eupalla, nostra musa. E' un estro umano a rivalutare le mani posteriori, diventate nei millenni umili piedi. L'armonia dei mondi si riassume nel prillare di palle sempre meno astruse, non più di cuoio greve, non gonfie di bitorzoli, di stringature coriacee, abradenti. La fantasia dell'uomo si scatena in gesti fra la danza, la lotta, l'acrobazia, il furto con destrezza: la sola coordinazione a esprimere fa eleganza: ed è la sezione muscolare a esprimere potenza: parti ignote del piede trovano impatto con la palla e il terreno: e dico ignote per pietà dell'uomo, che si trova talvolta a posare la parte superiore della punta, misteriosamente impiegata a reggerlo, mentre l'altro piede si lancia a intercettare interdire anticipare interrompere la trama che l'avversario intesse, obbedendo a geometrie o nuove o risapute, secondo capacità di ritmo e di inventiva. Cito un gesto impensato nel quale io stesso incappavo quando le difficoltà agonistiche m'impegnavano oltre la norma. E il bello è che forse non cadevo. Dalla parte superiore della punta ricevevo la spinta necessaria a recuperare equilibrio, coordinazione, ritmo! E poi solitamente ridevo quando ginnasiarchi d'accatto pretendevano di riassumere in esercizi cervellotici i gesti propri del calciatore, magari attribuendo indebita ipertrofia a muscoli non necessari nel pedatare. Quali muscoli impieghi, comparuzzo? L'istinto ti induce a calciare. Tendi il braccio e la gamba cercando coordinazione. Il piede si adegua all'impatto, così le articolazioni. Giusto perciò che s'incominci a pedatare giovanissimi. Le gambe sono elastiche, ricche di osseina. La sensibilità sulla palla si acquisisce. Poi si studia la tattica. S'impara la geometria, si supera il solipsismo del bullo che è in tutti noi. 
Il calcio è gioco collettivo. Niente entusiasma come il successo comune. Ho avuto come fratelli ineffabili dispari del sottobosco sociale. Giocavamo insieme a calcio. Il nostro allenatore era Luserta (Lucertola), detto Weiss. Aveva questo nome l'ungherese che allenava l'Inter e avrebbe allenato il Bologna (chiedetene a Giorgio Faccioli, centromediano di alta statura). Ben cinque di noi venimmo scelti per la rappresentativa di Milano, e tre di quei cinque giocarono gli incontri annuali con il Torino. Il napoletano Formicola, scartato a 13 anni dall'Inter, batteva i corner di collo esterno sinistro emulando il divino Orsi e il più pragmatico Kossovel del Milan. Lui ed io restammo con la voglia di crescere e i femori corti dei popoli più antichi. Crebbero Campatelli e Montipò, longilinei di squisita eleganza. Campatelli inventò la teoria del riposo, della quale si scandalizzò il giovane cronista che era (fu giovane, sì) mio fratello. 
Per il calcio si può delirare. Ho delirato, delirerò ("quante evve!", mi deplorerebbe Mario Soldati, che scrive in filigrana d'argento, come un bigatto che secerne seta). G.P.O., che è pure invecchiato, avendo incominciato giovane assai, non però pedatando, ha l'aria di snobbare dall'alto il fenomeno calcio. Sbaglia a non confinare nel loro vieto limbo i ragazzetti esaltati dal modulo maldiniano. Li fa insultare dagli schermitori (bon, quei!); giudica atletica il basket e il volley ball: il calcio, invece una gnagnera viziosa e viziata. In occasione dell'Olimpiade sbagliamo a favorire i ragazzetti già miracolati in Europa. Come fatalmente deludono, ce la prendiamo, da isterici, con loro. In realtà hanno fatto più di quanto non si dovesse attendere uno che capisse il calcio (veh quanti congiuntivi). Favoriti dallo jus loci gli spagnoli; sospettabili di vittoria i poderosi polacchi non ancora contaminati dal dio uno e quattrino. Gli italianuzzi, quelli sono i resti negletti d'un mercatone che li ha esclusi da tempo. Ripetiamo le penose manfrine del guardone medioevale, il mento sulle transenne della lizza: entro la lizza in fervida giostra, i grandi campioni stranieri. Il solo italiano di sangue blu che affronti volentieri quel rischio è un Cecco Gonzaga tutto fiorito di sifilomi. Quando gli daranno il comando dell'esercito (?) italiano, il Taro in piena gli smonterà le piazzole dei cannoni, e fesso lui che ha scelto quella precaria golena per metterli in batteria. Torniamo ai nostri scartini. Sono sempre disposti a rischio in riva ad un torrente che può dilatarsi a scomposta fiumara. Li abbiamo esaltati prima e poi, delusi, li abbiamo mortificati come si meritavano (perfino gli schermitori, buoni quelli!). Maldini ha raccolto gli stracci e rifatto le valigie. Verrà dannato per colpe tutte italiane, anzi italianiste. 
Ora la lizza è pronta a ospitare le giostre più cattivanti. Siamo tutti col mento sulle transenne. Aspettiamo gli eroi presi in affitto. Sono venuti con la comprensione dei loro connazionali, tutti capaci di valutare il costo del denaro. La lira vibra come quella - ahi, metaforica - dei poeti, ma non v'è limite alla nostra malizia di guardoni. I campioni presi in affitto sapranno risparmiarsi quando la Patria (loro) li chiamerà al cimento. Allora noi toglieremo gli scarti dalle nostre depauperate barriques e li affideremo a un dio pelato ma rigeneratore: il modernissimo Arrigo: non quello atteso da Dante, ma il Sacchi originario di Mandello. E fia il combatter corto, ché l'italo valor non è ancor morto. Non dimenticare, Giovanni, che l'attacco di questa canzone era "Italia mia, benché 'l parlar sia indarno". Anche a me si svuotano le mani, cercando di afferrare questa sabbia. Le dita si fanno labile clessidra. 
Com'è facile sparlare di te, Musa Eupalla! Eppure ti abbiamo venerato, ti veneriamo. Il fenomeno calcio ha sveltito un intero popolo. Quando era questione di plus-calore, a pedatare andavano i principi del sangue. Poi i ricchi si sono accorti che la pedata non qualificava socialmente e sono tornati ai loro ludi tradizionali. A giocare hanno preso i piccoli borghesi, quelli che avrebbero vinto la guerra, portando fuori dalla trincea gente sulla quale era puntata la vigile mitragliatrice dei carabinieri. Oh yes. I piccolo borghesi hanno costituito il nerbo della pedata nazionale. Pensate ai piemontesoni delle incrollabili difese azzurre: chi non era ragioniere era geometra. E da queste parti il piccolo borghese, aspirante, vendeva frutta e verdura a Porta Vittoria. In Emilia si era mobili, come il lecchese Schiavio Stoppani, ingegneri, laureati; così in Toscana e nel Lazio: Bernardini; il conte Bompiani, poi diventato editore, e quale! Il calcio italiano ha incominciato a consistere, ad avere coscienza di sé quando sono maturati al mestiere di tecnico i giocatori che avevano studiato negli anni trenta: i Bernardini, i Foni, i Frossi, i Rava, i Rosetta, i Rocco, i Lerici, gli Scopigno, e prima di questi il mancato ragionier Gipo Viani, che la madre trevigiana aveva aiutato a scappar di casa negli ultimi anni venti (prima all'Us Milanese e poi all'Inter, giusto con Weiss). 
Adesso siamo una potenza mondiale che ha il torto di farsi bella con penne non tutte sue. Spendiamo troppi quattrini, tanti - ahimè - che qualcuno pensa agli ultimi dannati giorni di Pompei. Molti che giudicano le nostre armate hanno dimenticato che dagli anni 50 abbiamo esportato il modulo via via adottato in tutto il mondo. E costì i nesci irridono alla sola gloria di cui ci possiamo vantare. E' l'ignoranza a causare l'equivoco. Ignosce illis, Eupalla: essi non sanno e vanno perdonati. Anzi, che si godano il campionato aspettandosi ogni volta il meglio. Fino a primavera, buona domenica a tutti.

La Repubblica, 5 settembre 1992

La nuova Corea della nazionale

A metà del girone che qualifica per l'europeo di Svezia, l'Italia è virtualmente eliminata. La sconfitta in Norvegia - le trasferte nordiche sono sempre insidiosissime per i nostri a fine campionato: peraltro, il rovescio degli azzurri coincise con un clamoroso zero a sei degli azzurrini contro i baby norvegesi - avvicina all'epilogo l'era di Azeglio Vicini. Gianni Brera assimilò questa disfatta a quella - che fu sempre termine di paragone di ogni nostra brutta figura - contro i nord-coreani del 1966.


Il campionato che si pretende sia il più bello ed è invece il più costoso e dissennato del mondo ha trovato il modo di farsi rappresentare in Norvegia da un piccolo branco di cadaveri neppur tanto eccellenti. Carichi di un carisma già compromesso da loro fino alla vergogna, gli azzurri sono riusciti a mettere subito in evidenza una squadra composta da gente se non altro sana e animata da ammirabile senso agonistico. Norvegia-Italia non ha avuto storia se non per le brutture che sono aggallate verso la fine: 2-1 per loro, l'Italia esce così dagli Europei: è una piccola Corea. I norvegesi si sono subito avventati, sballando le nostre fragili difese come se fossero di carta e soprattutto come se sapessero che erano di carta. Dopo soli 4', il famosissimo Zenga era battuto senza mercè!
L'attesa controffensiva degli azzurri non ha prodotto che disordine e affanno. Un centrocampo fondato sui soli muscoli bruti, per giunta oberati di ruggini vistosamente grevi, non è mai riuscito a fornire un'idea che fosse una, né in attacco né in difesa. Le punte della Sampdoria hanno cercato disperatamente nelle esili riserve a loro disposizione la forza di esprimere quanto purtroppo avevano speso per vincere il campionato: si sono molto agitate a volte commuovendo per l'impotenza che le frenava. I norvegesi crescevano di statura ad ogni azione. Si vedeva che erano freschi e pieni di entusiasmo. Ogni loro schema prendeva avvio in un subisso di applausi festosi. Il viatico della partita era stata purtroppo l'incredibile goleada inferta ai giovani azzurri sull'infausto campo di Tavanger. I tifosi norvegesi erano così arroganti sugli spalti da sfiorare l'insulto. Altro che compostezza nordica, fratelli! In certi momenti si aveva l'impressione di vivere nella più scalcinata e smodata provincia d'Europa. 
I famosi e più pagati pedatori del mondo si mortificavano in entrate e rincorse da mettere vergogna. Il secondo gol norvegese veniva segnato in assolo (al 25') da un'aletta di tutta grinta. A questo punto non si era più vista partita. Il cronista che qui s'ingegna di contenere il proprio dispetto si abbandonava a invettive che rasentavano il dileggio. Parlare adesso di tournée in Scandinavia è abbastanza pretenzioso, per non dire addirittura ridicolo. Da possibili campioni del mondo, siamo stati mediocri e già fortunati terzi nel Novanta; adesso, ci siamo preclusi la partecipazione all'europeo che qualche mattocchio straparlava di disputare da doverosi protagonisti (!!). La grande scivolata ha avuto inizio con la mancata vittoria a Budapest; poi, con il pareggio imposto dai sovietici a Roma. Qui, la caduta è stata verticale, clamorosa molto più che non dica l'esiguo risultato numerico. 
Nel secondo tempo i norvegesi hanno giocato una partita esclusivamente tattica: si sono ritratti di proposito invitandoci a concedere loro spazio e noi puntualmente abbiamo abboccato illudendoci di attaccare. Zenga è stato graziato più volte. E' entrato Schillaci al posto di De Napoli, non molto più disastroso di altri, e Lombardo gli ha offerto una difficile palla-gol in cross dalla destra: il piccolo siciliano ha compiuto una vera prodezza incornandola in rete. Era il 34'. L'arbitro olandese, furiosamente beccato all'avvio per i troppi interventi favorevoli agli azzurri, alla lunga si era insospettito che non lo facessero fesso e aveva persino negato un rigore per fallo evidente di Thorstvet su Maldini (13'): ma dopo quell'episodio i norvegesi avevano sciupato gol fatti in contropiede. L'ultima occasione davvero clamorosa l'ha sventata d'un soffio Ferri azzoppandosi malamente. Baresi ha ribattuto palla lontano e Vialli ha porto a Schillaci la palla del possible 2-2: il magnifico goleador dei Mondiali, oggi finito chissà dove, ha sparato con troppa superficialità il sinistro e la palla, ancorché facile, è volata al cielo! 
Infine, si è chiuso con l'ignobile apparizione di Bergomi scaldato a freddo dalla panchina: entrato a sostituire Ferri, dopo soli venti secondi si faceva espellere. Era la farsa che mancava per riportare il nostro amaro dramma al clima di tragicommedia cui sembra ci condanni un destino ahimé inqualificabile. Certo, è colpa nostra. E chi ha colpa è giusto che paghi.

Gianni Brera, La Repubblica, 6 giugno 1991

Con tanta nostalgia di uno sport nobile

di Gianni Brera

Povero calcio, di noi povera gente: sport per eccellenza plebeo, proibito per secoli in quanto a praticarlo erano gli umili, troppo spesso confusi con i villani! Le plebi hanno preso quota nell'ordine politico-sociale delle nazioni e anche i loro gusti hanno finito per imporsi. Giocò a calcio in Italia anche un principe del sangue: e i suoi compagni erano quasi tutti nobili o grandi borghesi. Poi si accorsero che pedatare squalificava, nel Paese-guida dello sport moderno e passarono al golf, al tennis, rimanendo pur sempre alla scherma e all'equitazione. I pedatori furono allora di schiatta piccolo-borghese, e belli come poteva essere chi da qualche generazione pappava bistecca. Infine raggiunsero il plus-calore anche i poveri del quarto e quinto stato: e decadde la qualità ma crebbe il numero. 

Noi italiani siamo a questo punto. Gli inglesi, loro hanno incominciato a cedere un tantino nei confronti della pedata volgare. Decaduta la boria imperiale, bisognava consolarsi dov'era possibile. Il calcio ha preso quota allora anche presso i non indigenti (come da poco in Svezia e Danimarca), ma il relativo benessere del singolo cittadino ha consentito a troppi di spostarsi nelle vesti di pseudo-turisti. Erano spesso i fanatici a imbrancarsi: e tanto più feroci quanto peggiori erano le condizioni economiche del loro quartiere o della loro città. 

Ora la più decaduta tra le città inglesi è proprio Liverpool. E le sue due squadre eccellono come per una rivalsa che in altri campi non è possibile. I belgi hanno conosciuto l'Everton l'anno scorso e pareva non avessero altro da apprendere sui seguaci del Liverpool. Purtroppo hanno fatto penosissima cista. Il loro Heysel, un tempo onorevolissimo, è ormai insopportabilmente obsoleto. Ha le due curve in terra battuta con gradini sorretti da pietre malferme: in queste curve gli spettatori sono costretti a stare in piedi. Ammassare oggi folte moltitudini sugli spalti di curve senza posti a sedere significa esporsi a rischiose calamità pubbliche. Per loro disgrazia, i belgi hanno ottenuto dalla Uefa l'incarico di organizzare la Coppa Campioni. Sapevano di aver a che fare con orde di inglesi avvinazzati e feroci. Non hanno riflettuto però che gli spiantati liverpooliani non potevano competere con i ricchi juventini di tutta Italia, e che metà della curva destinata agli ospiti albionici sarebbe stata accaparrata - magari a borsa nera - dagli italiani. Così non hanno ritenuto i belgi di dividere più efficacemente i rappresentanti di due popoli l'uno all'altro inviso per troppo differenti destini passati e presenti. 

Alla tradizionale spocchia degli inglesi, il visibile benessere degli italiani doveva suonare come un'offesa patente, uno sberleffo tragico della sorte: dunque, ai più scalmanati non è parso vero di farla subito fuori. I pochi sparuti poliziotti belgi sono stati travolti. Gli italiani, prima sorpresi, poi atterriti, si sono ristretti fino a soffocarsi. 

I vecchi spalti interrati dello Heysel sono divenuti orrendo cimitero. Mortificati e stravolti, i belgi hanno taciuto lì per lì la tragedia, hanno chiamato allo Heysel tutta la polizia a disposizione nel regno: non è bastato. La partita, che pareva giocata per tacitare i manigoldi, si è risolta a favore della Juventus, il cui tripudio ha un po' stupìto dopo tanti decessi. Gli inglesi di Liverpool sono tornati alle loro tane, alla loro quotidiana mortificazione di paria. Gli italiani, fino a ieri sottovalutati e derisi, hanno meritato la sincera comprensione di tutti. Giorno verrà - non è affatto lontano - che il calcio perderà i suoi satanici sapori di transfert dalla degradazione e dalla miseria. Allora tornerà ad essere per molti quello che è sempre stato: il gioco forse più bello di tutti. Parola di un povero fra i tantissimi poveri di questo mondo.

La Repubblica, 31 maggio 1985

Quelle omeriche risate

Il grande Kalusha Bwalya
Ai Giochi Olimpici di Seul, l'Italia si presenta con una squadra ritenuta competitiva dalla critica. Esordisce sotterrando di reti il Guatemala, ma alla seconda partita incappa in una batosta storica, reputata paragonabile a quella subita dalla Corea. Ne scrisse, su La Repubblica, Gianni Brera. Riportiamo il commento, spassoso anzichenò.



I gagliardi Bantù non vengono tutti dallo Zambia, di cui vestono i colori. Lo Zambia ha una superficie che è superiore del doppio a quella dell'Italia e una popolazione che è inferiore a un decimo della nostra. Povero come tutte le ex colonie cinicamente sfruttate per secoli, esso è perfino costretto a esportare pedatori.

Dal canto suo, ricca come nessuno avrebbe mai pensato che potesse diventare un giorno, la spensierata e disinvolta Italia è indotta a importare gente che finalmente la diverta dopo aver sofferto i mercenari impostile dai Signori che ne usurpavano i governi. Nonostante i continui ricorsi all'estero, la presunzione è andata egualmente crescendo qui da noi fra i cultori di uno sport esercitato soprattutto sedendo super gluteos. Qualche buona impresa propiziata in passato dalla ambizione e dalla fortuna induce ancor oggi gli italiani a ritenersi da molto più che in realtà non siano. 

E' però fiero il cronista di aver precisato, nella sua prima nota tele-olimpica, che i pedatori italiani erano come sempre i favoriti di sé medesimi. In verità era sembrato un miracolo che Zoff non avesse mai perduto affrontando piccole e non molto convinte aspiranti al viaggio verso Seul. La fortuna di Zoff non era bastata a convincere tutti sul valore dei suoi grognards. Nello zaino aveva un bastone di maresciallo e per sé lo ha tenuto, passando ad altro esercito. La sua greca ufficiale è stata però conferita al giovane e impetuoso Checco Rocca, soprannominato Kawasaki. Costui ha sacrificato qualche apparente relitto e qualche altro ne ha confermato. Il solo fatto di vestire la maglia azzurra ha piacevolmente convinto i nesci (e non solo quelli) che la squadra ambiguamente varata da Kawasaki dovesse considerarsi fortissima. Da qui, il rilievo scherzoso del cronista nel chiudere la sua prima nota tele-olimpica. Le reni del Guatemala, naturalmente sderenato per nascita, sono state spezzate in senso unicamente figurativo. Tuttavia, i guatemaltechi hanno mortificato due volte la possa truculenta di Tacconi, a suo tempo giustiziere parolibero di Zenga.

Poi, sono arrivati i Bantù. Dannato io sia se un giornale che è uno in tutta Italia ha ritenuto di dover andare oltre l'ovvia considerazione che bisognava battere lo Zambia per qualificarsi! Nessuno ha tenuto conto delle differenti posizioni etiche e morali di due Paesi e dei loro popoli di fronte allo sport. Oggi basterebbe rilevare che i Bantù, poveri in canna, esportano pedatori scelti in Europa e che gli italiani, peraltro illuminati di immenso, importano per miliardi pedatori da tutto il mondo, e di tifare per loro si beano ed esaltano secondo senso della misura. Chi ha seguito la partita fra italioti e Bantù si è dapprima fregato gli occhi, convinto di stravedere, ma ben presto si è dovuto rassegnare ad ammettere le leggi imprescindibili del campo. I nevrili longilinei dello Zambia correvano decisi; gli italianuzzi esitavano, trovandosi costantemente in ritardo di mosse. Chi ha creduto di vedere un certo distacco nei nostri prodi si è banalmente sbagliato: era smaccato ritardo fisico, non distacco morale!

I Bantù dello Zambia hanno segnato allo scadere del primo tempo su assolo di Kalusha Bwalya e sinistro diagonale basso sul quale Tacconi ha steccato in misura inversa alla violenza del tiro. Poi, Tacconi ha clamorosamente rinnovato le dicerie degli antichi romani, secondo i quali tardi erant umbri: non ha neppure capito se una punizione dal limite fosse diretta o su due calci. Si è mal piazzato alle spalle di due sparuti compagni in barriera e il solito Kalusha lo ha uccellato bellissimamente sul primo palo. 

Non basta! L' ineffabile Tacconi, soffocando fra i pali, forse troppo vicini, si è avventurato in avanti e un Bantù che non era Kalusha ha scelto il tempo esatto per sorvolarlo, perpetrando l'inaudito 3-0. Nei recuperi, il magnificente Kalusha si è vendicato di un pestone facendo elegante tripletta personale. L'arbitro inglese Hackett ha avuto modo di convincersi che i pedatori italiani sono maleducati, riottosi e, in fin dei conti, ingenui oltre misura. Sicuramente irritato, non gli ha mai perdonato nulla.

In Italia, i giornali hanno espresso scandalizzato stupore: non già sopra sé medesimi, bensì per il bieco tradimento dei loro favoriti (?). E hanno concluso con salomonica grullaggine che per qualificarsi bisognerà battere l'Iraq.

Il pianto dei dirigenti e dei critici italiani sull'andamento dei Giochi rasenta l'intensità di quello espresso dai greci nelle loro tragedie. Pochissimi si degnano di ammettere che le medaglie di Mosca erano state molte e addirittura troppe le medaglie di Los Angeles per il semplice fatto che nello stadio Lenin e al Coliseum mancava mezzo mondo. A Seul, i Paesi scesi in campo sono ben 160 ed è bastato il fiero ma piccolo popolo Bantù per mettere sotto i nostri calciatori.

Le mie notti avventurate hanno trovato utile sollievo nel volto simpatico e sgherro di un possibile congiunto del più grande romanziere e politico italiano, quel Tommaso Campanella che, pur languendo 28 anni in prigione, trovò modo di scrivere la Civitas Solis. In quel famoso romanzo politico, il frate calabrese deplorava che gli uomini, pur tanto solleciti nel migliorare le razze dei loro animali, non pensassero affatto di correggere le proprie sbolinate linee di sangue.

La Civitas Solis era così geniale ed ottimista da rasentare il candore. Frate Campanella era anche indovino ma forse non ha appreso dagli astri che un suo omonimo diciottenne avrebbe finalmente potuto nutrirsi da agiato europeo e imparar il pugilato come neanche Pindaro a pagamento si sarebbe potuto sognare. Il ragazzino Campanella crotonese come Milone! consola il cronista di ogni sconsiderata nequizia commessa in pedata e lo esime per una volta dal parafrasare ser Francesco Guicciardini. Al quale ha fatto dire ormai da molti anni: 'Che se tu fiderai nelli italiani, sempre avrai delusione'. Ora aspettiamo che i componenti la Lega Calcio mandino a Lusaka, capitale dello Zambia, i loro osservatori particolari. Di certo negli oratori cattolici e protestanti di Lusaka pedatano ragazzi che con due cocomeri ed un peperone si possono tranquillamente assicurare alla pedata italica. Ho già avuto occasione di scrivere, nella mia lunga vita, che la massima invenzione degli italiani deve considerarsi la loro acuta intelligenza. In attesa di una conferma così importante, celebriamo come si merita la ventiquattresima Olimpiade, istituzione quanto altra mai sacra nella storia dell' uomo antico e moderno.

La Repubblica, 20 settembre 1988
Rivedi la partita in Cineteca

Vedrete, spezzeremo le reni alla Corea ...

Impattato un po' malamente l'esordio con i bulgari, gli azzurri scesero (di duecento metri, da 2.400 a 2.200 slm) a Puebla per giocare con l'Argentina la seconda partita del mondiale messicano del 1986, il 5 di giugno. La squadra era ormai una pallida parente di quella che aveva inopinatamente vinto il Mundial quattro anni prima, avviando la propria cavalcata proprio contro l'Albiceleste. Ma allora a guidare gli argentini c'era un vanesio come César Luis Menotti. Adesso sostituito dal pragmaticissimo Carlos Bilardo.

In gran forma, Gianni Brera dettava un mesto ma esilarante 'pezzo' a "La Repubblica", che riproponiamo


Spillo dal dischetto
Puebla - Ci telefonano da Roma: l'intera nazione è stata scossa dalla mediocrità dei suoi paladini in azzurro; giova tranquillarla, con argomenti adeguati, oppure dichiararle, fuori dai denti, che di più non si puole sperar. Il primo impulso è di tornare a letto, poi di salvarsi nell'ironia, anzi nel sarcasmo. Deh, come è vero che non vi è nulla di più inedito della carta stampata! O non si capiva che le nostre cronache erano rattenute dal pudore, che le nostre speranze erano - come dire? - un tantino coatte? Il cuore voleva, la ragione protervamente escludeva! Che vi aspettavate, di grazia? Il bravissimo Bearzot ha compicciato una zattera non malvagia, però del tutto priva di punti forti. Questa zattera è stata mollata in acque non proprio chiare e tranquille. Ha dato subito prova di essere compatta la sua parte. Fuor di metafora, ha segnato un bel gol sbagliandone altri sei: e nel finale si è lasciata infilare dalla proterva cornata di un bulgaro. 

Poi si è fatta avanti l' Argentina, zeppa di oriundi incarogniti dal sangue misto. Avevo personalmente una paura folle. Per me è andata benissimo, per la nazione civile (sic) mi dicono malissimo. Quel gioco esitante, quella cronica mancanza di idee, quei timidi passaggi a lato o addirittura indietro. Che figura era quella, per dei campioni mondiali? Molto bene espresso lo sdegno, ancor meglio la delusione. Ma che lingua si è parlata finora? Che prodezze si aspettava la popolazione civile da grilli vivaci e salterini quali Galderisi, De Napoli, Di Gennaro? Finora ha fatto faville il lungo e quasi dinoccolato Altobelli, argutamente chiamato Spillo, che non ha mai saputo con precisione dove i suoi piedi lunghi e distanti mettessero palla. Se lui è il migliore, degli altri che sarà mai? Conti suona l' arpa, strumento assai difficile, e se le sue mani sono un po' intorpidite, le corde si confondono al multiplo tatto: pensa la perifrasi, per dire con qualche eufemismo che non è in forma, il nostro prodigioso omino! Di Gennaro si comporta da mite impiegato di concetto dove occorrerebbero genio e potenza. De Napoli è la felice invenzione di un giorno (sento che farà faville con i ranocchi coreani). Il grande portiere non è ancor nato, o se è nato siede in disparte. Scirea incanta per la misura, che nei vecchini vuol dire anche impotenza. Cabrini non osa un tackle e neppure un'affondata. Bagni è genio e sregolatezza. Bergomi ligneo e gnocco, nei suoi furori agonistici. Vierchowod, il bergorusso, muove pietre granitiche in forma di piede: bello e possente quando salta, recupera, anticipa, però granitico di piede, e sordo. 
Ora, da questa amata accozzaglia di semplici, pretendeva la popolazione civile che uscissero meraviglie di gioco? Quale ingenua fedeltà alla storia passata (è il nostro vero guaio): quella recente è misera e quasi infelice: perdiamo in casa con sopravvivenze vichinghe intronate di grasso e di presunzione, buschiamo dagli orgogliosi polacchi, dai superbi tedeschi e seguitiamo imperterriti a considerarci campioni del mondo? Vale un tantino del ducione, che vedeva quadrate legioni nei disoccupati con la berretta nera e il fiocco spenzolante. Dice adirato: e tu, perchè non lo scrivi?
Ricordo il messaggero che recava la notizia della caduta di Damasco: il gran sultano lanciò un grido deluso e sguainò la draghinassa: il messaggero giacque sbudellato. Si dà anche questo fenomeno da noi: che se tu pretendi di riferire il vero in materia di misteri agonistici, subito sollevi lo sdegno dei benpensanti e beneamanti. Così tenete, o genti: questo vi prodigo. Io non ci credo e lo dico, ma costringo l'adusato cerebro a credere obbedire e combattere. 
Con l'Argentina abbiamo preso un mucchio di calci, peraltro restituiti male. L'arbitro ci ha subito concesso un rigore (visto dagli altri in tivù) ma gli argentini non ci hanno concesso altro. La disposizione della squadra era visibilmente sbagliata. Il solo centrocampista di classe è stato sottratto ai suoi compiti per vigilare su un amico-nemico: sono gli inconvenienti della pedata multinazionale. Bagni non ha picchiato né tenuto Maradona. Gli altri due cirenei, Di Gennaro e De Napoli, sono morti tra tre avversari, a volte quattro, tutti più bravi di loro. Era libero Giusti, che Cabrini non marcava, stando in zona. Doveva aggredire Maradona un difensore di istinto e di carriera (Bergomi, Vierchowod), doveva giocare Collovati al posto di Cabrini che non poteva marcare Valdano nè altri ... 
Vedete ora come è facile dirlo, stando seduti e tranquilli. Ma ponetevi nei panni del ct Bearzot. Cabrini è uno dei pilastri, diciamo dei tronchi che danno peso e vigore alla zattera. Così rimane, guai a chi lo tocca: una squadra non è fatta di sole pedate, bensì di sentimenti, di affetto, di stima, di rispetto. Dunque gioca Cabrini e tutta l'impostazione difensiva salta: il centrocampo è sballato, Di Gennaro e De Napoli fanno brutta figura, Conti coglie un palo a porta spalancata e poi si arrabbia se lo sostituisce Vialli; Bergomi si fa ammonire e quindi squalificare; Galli non esce in tempo sul pallonetto con il quale Valdano ha scatenato a rete la furia demoniaca di Maradona. 
Con tutto questo, cara popolazione civile, sperare aiuta e conviene. Bearzot confermerà la squadra con Collovati al posto di Bergomi e con Serena, altissimo, se la partita andrà per versi non propri giusti. Insomma, questo mi sento di garantire con qualche intimo orgoglio: spezzeremo le reni alla Corea del Sud! Poi, veh, andremo dove potremo. Bearzot ha confidato al vostro umile servitore di sperare in un quarto posto quest'anno e in un primo posto nel '90: sempre se in quell'anno si faranno i campionati mondiali: perché il nostro non è il paese delle fate e questi anni sembrano pochi per rifarne e completarne le attrezzature sportive. Eppure, madame la marquise, tout va très bien.

"La Repubblica", 7 giugno 1986

Ma come fanno a lodare Altobelli?

Negli anni '80 Inter e Real Madrid si incrociano spesso negli ultimi turni delle competizioni europee. I Blancos la spuntano sempre. Ma il 2 aprile 1986 (semifinale d'andata di Coppa Uefa) sembrava per l'Inter la volta buona, perché al Meazza mette sotto i Blancos, grazie anche a una doppietta di Tardelli, che rispolvera le sue ormai leggendarie esultanze. Sembrava. E infatti discretamente scettico fu, scrivendo del match, Gianni Brera.

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Provo qualche perplessità nel rivivere Inter-Real Madrid sul piano tecnico-tattico. Innanzitutto, questo debbo dire: che è stata una partita ricca di emozioni, però slegata, diseguale, non bella nè esaltante (per i milanesi). Le due squadre erano incomplete: al Real mancavano Sanchis e Maceda, i due terzini centrali d'area, nazionali; all'Inter mancava Collovati in difesa; inoltre, Kalle Rummenigge giocava per scommessa: è ancor molto abbia fornito le due palle-gol che Tardelli ha trasformato. Anche l'arbitro ha contribuito ad accrescere gli equivoci: uno scandinavo non è capace di vedere le astuzie maligne di due squadre latine. Gli spagnoli si sono molto lagnati di Frederiksson, ma anche Altobelli e Fanna sono stati abbattuti in area e hanno chiesto invano giustizia. 

L'Inter ha giocato in frenesia per circa mezz'ora. Poi si è confusa. I suoi raccordi si sono guastati. Palle-gol favorevoli hanno mancato Altobelli e Fanna, che ha pure mandato un cross a spiovere sul "sette" opposto: quindi, non ha colto una traversa, ha semplicemente sbagliato un cross. I madridisti (ohibò) si tenevano a un livello stilistico più alto. Essi perdevano il confronto solo in difesa, avendo improvvisato la coppia centrale d'area. Che vi fosse un buco davanti a Ochotorena ha subito dimostrato Tardelli, scattando a cogliere il geniale assist in rovesciata di Kalle. Gli spagnoli hanno protestato per il fuorigioco: l'avrei fatto anch'io.

Particolare inquietante anche per la difesa interista: il Real ha avuto dalla sua almeno tre palle-gol, tutte sciupate, e ha costretto Zenga a deviare sulla traversa un fortissimo tiro da fuori di Michel (19' ). Le discrepanze stilistiche dell'Inter erano gravi: in difesa eccellevano i soli Zenga e Bergomi; in centrocampo alternavano buone cose ad autentiche sconcezze il giovane deludente Cucchi, gli arrembati Brady e Tardelli, che pure ci davano dentro con molto impegno; in attacco, un Kalle visibilmente menomato, uno stordito Altobelli. 

Ho sentito e letto laudi a Spillo Altobelli. Non scherziamo. Al 55' dopo la ripresa, Fanna ha messo al centro una palla-gol clamorosa, bassa e invitante: Altobelli non se n'è accorto. Poi si è disperato come un allocco, mettendo in ancor maggiore evidenza la propria colpa. Non basta: all'8', Fanna si è ripetuto crossando da destra un'altra palla-gol: l'ha mancata ignobilmente Kalle e, dopo un istante, di capa, anche Altobelli. Il quale ha sparato uno spioventone casual in area al 9' e Ochotorena è uscito tardi, sicchè il Kalle ha potuto dare di capa all'indietro: Tardelli con il destro teso, balzando avanti, ha messo palla in rete. Allora ha imitato se stesso al 2-0 della finale mundial di Madrid e correndo come un ossesso ha bruciato le residue energie. 

Quando non è chiamata in causa la loro sconnessa difesa, gli spagnoli sono bravissimi: per fortuna dell'Inter, sbagliano molto anche loro: grossolane le papere sottomisura di Vasquez e Valdano. Però l'Inter si è dissolta, è come andata insieme: i suoi sono tutti stremati: Zenga esce clamorosamente a vuoto prima di venir infilato su angolo da Valdano. Qui sembra morta l'Aida. Gli spagnoli si rilassano: le ultime disperate reazioni dell'Inter approdano se non altro a un vezzoso autogol di Salguero. Sul 3-1 sembra giusto essere un po' più ottimisti: ma si sa che il Real è furentissimo al Bernabeu: e se non è bastato il 2-0 dell' anno scorso, che era più favorevole, perchè e come dovrebbe bastare il 3-1? Per fortuna, la logica è bandita dal ragionamento calcistico; quindi è lecito sperare per il ritorno del 16 aprile. Ultimo rilievo: qualche interista ha picchiato troppo (sgomitando) e se ne ricorderà al Bernabeu. In casa propria, anche gli spagnoli sono trucibondi. E per giunta il Real ha più vigore tecnico dell'Inter, peraltro più dotata di fantasia. Alla fine sceglierà Eupalla senza far torto a nessuno.

Gianni Brera
La Repubblica3 aprile 1986

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Rivedi il match in Eupallog Cineteca

L'ultimo pezzo del Gioânn

A commento della dodicesima di andata del campionato di Serie A (stagione 1992-93; qui il riassunto della giornata), Gianni Brera dettò quello che rimase il suo ultimo articolo. Uscì su "La Repubblica" l'8 dicembre 1992

Visto Milan che ti confondi?
di Gianni Brera

Da ricordarsi come scandalosa la XII di campionato. Il Milan perde un altro punto in casa (il terzo consecutivo) con una provinciale che mai ne aveva colto uno fuori dal Friuli; lungi dall'approfittarne, le inseguitrici di Sua Prepotenza perdono tutte: l'Inter ad Ancona, la Juventus a Firenze - per il terz'anno consecutivo -, la Sampdoria addirittura a Marassi. Fra le inseguitrici (ma è un'espressione di comodo, impropria assai), la sola a non perdere è il Torino, che pure lascia un punto al Foggia, suo ospite passivo. 
La situazione in classifica sfiora il grottesco. Il Milan vanta il 46° risultato positivo di fila e 19 punti, nonostante debba recuperare il prossimo 23 dicembre la partita di Marassi con la Sampdoria. Al 2° posto, con 15 punti, viene l'ineffabile Inter, la cui brutta figura, ad Ancona, è stata sesquipedale. Il terreno del nuovo stadio al Conero era letteralmente allagato ma di fondo compatto. Il flebile centrocampo dell'Inter vi ha fatto lamentevole naufragio. Il solo capace di conquistarvi una misera palla in anticipo o in tackle, l'esile Bianchi, è dovuto uscire per lasciar posto ad Abate, mandato in campo a sostituire l'espulso Zenga. L'Ancona ha imperversato agli ordini di un sensazionale Lajos Détari, autore dei primi due gol e pratico inventore del terzo. Bagnoli mortificato al punto da sentir necessario un intervento dialettico per difendere i suoi, eccessivamente maltrattati dal punteggio. Davvero patetico Bagnoli, ma l'Inter è stata a dir poco penosa. Per gusto del paradosso, direi che i suoi benamanti debbano farsi coraggio: è tanto a terra che non può non migliorare. 
L'alma Juventus divide il terzo posto con Fiorentina, Torino e Cagliari. E' scesa a Firenze priva di ben 5 titolari, 2 dei quali autentici fuori classe. Riferiscono le cronache sia stata sconfitta due volte: in campo e sugli spalti, dove i suoi irriconoscibili tifosi hanno trasmodato in nefandezze imperdonabili. Sul campo l'è andata subito male per una prodigiosa smorzata di Effenberg che ha trovato libero Laudrup in area: il danesino ha sferrato il sinistro e Peruzzi ha colpevolmente mancato la deviazione possibile (dal momento che era arrivato col palmo sulla palla). Poi l'arbitro ha espulso Kohler per doppia ammonizione (la seconda del tutto cervellotica). Ridotta a 10, la diva Juve è apparsa squadra di quasi tutti gregari poveri di classe. La splendida e furente Fiorentina avrebbe potuto segnare il doppio. Invece ha segnato il 2° gol per un altro errore della difesa (questa volta del diciottenne esordiente Sartor). Esaurendo il suo sforzo nel solo attacco, la Fiorentina ha potuto brillare in grazia d'una schiacciante superiorità a centrocampo. La Juve ha effettuato due conclusioni scipite, esaurendo Vialli in recuperi disperati, unicamente fatti per rimanere in pace con la coscienza. In centrocampo è apparso grandioso il tedesco Effenberg, capace di conquistare palla, impostare e concludere. La Fiorentina ha il merito di aver secondato con i fatti l'acre inimistà del suo pubblico per la Juve (atteggiamento un tantino eccessivo e presuntuoso). Giustamente soddisfatto l'olimpico Cecchi Gori del fatto che i peggio educati sugli spalti non siano stati i suoi fiorentini. 
Induco da certe critiche che Mondonico del Torino abbia espresso il proprio disagio dirigendo a capocchia una squadra già di per sé mal composta. Moggi ha avuto parole amare sui tifosi, inguaribilmente avversi al presidente Borsano. Così il Foggia ha conquistato il suo primo punto esterno inducendo qualche critico a proclamare la propria ammirazione per Zeman, taumaturgo della zona e del podismo. 
Grato stupore desta il terzo posto del Cagliari, fortunato eversore d'un Napoli pieno di rogne sinistre. Mazzone ha incantato per l'autoironia con cui ha dato conto della propria incredulità felice. Ferlaino ha ordinato ai suoi di non parlare ed ha fatto bene. Qualche tifoso napoletano ha già dato prova di insofferenza: dopo Cagliari potrebbe chieder ragione delle subite espulsioni a Fonseca e Careca: non per colpa d'altri - e tanto meno di Bianchi - ha avuto via libera la squadra di Mazzone. 
Noi stiamo a parlare di tecnica, di tattica, di moduli, ma sentiamo fondate anche le parole di un dirigente sensato come Arrigo Gattai. E' da temere, onestamente, che non tutte le vicende di questo campionato miliardario (?) si possano raccontare ai candidi nipotini. Rispettoso dei suoi impegni, nazionali e no, il Gran Bisiaco Fabio Capello pratica frequenti "turn over" nella squadra considerata (per ora) battibile soltanto da se medesima. Mi è testimone il soave Fidel Confalonieri che lo vado affermando dall'avvio: anche la panchina troppo lunga presenta i suoi bravi inconvenienti: la gente si spreme quando non dovrebbe: e perviene esausta alla conquista del posto. Non basta: giocando sempre con compagni nuovi, non è che uno si trovi sempre al meglio. Così può deludere a dispetto della classe, oppure aspettarsi che siano gli altri a correre anche per lui. L'Udinese ha fatto a S. Siro come Torino e Inter: non si è illusa di giocare alla pari e si è salvata. E' da temere che altri la imiteranno: e le fatiche si assommeranno nei garretti dei campioni. In bocca al lupo. 
Sulla magnifica ultima Samp avevo fatto una riserva: l'eccessivo costo del modulo fondato su una sola punta e sul continuo correre avanti-indrée dei centrocampisti. I ripetuti erroracci di Lombardo sottomisura mi hanno dato plausibile conferma che i miei timori erano fondati. Alle difficoltà del modulo fin troppo dispendioso si è aggiunta la bravura di Ganz nel goleare e di Perrone nell'inventare gioco: per questo è gloriosamente passata l' Atalanta a Marassi. 
Non mi resta spazio per osannare degnamente alle romane, entrambe vincenti, e al Genoa reinventato da Eulenspiegel Maifredi. Visto Gaza concludere in gol uno slalom maradoniano che ritenevo possibile solo contro squadre britanniche; sentito Nevio Scala dirsi correttamente colpevole d'una conduzione che doveva portare il Parma alla sconfitta (dopo tre pali tre della Roma). 
Zenga ha riconosciuto che la sua espulsione era giusta perché effettivamente era giunto in ritardo sulla palla; non so se Zinetti abbia riconosciuto, masochistico fino all'idiozia, il suo comportamento con l'arbitro che l'ha espulso. Ha avuto mille ragioni Boskov di denunciarne apertamente la mancanza di buon senso. 

Avrei molto altro da dire su questo campionato di folli. Meglio chiudere e ingraziarsi Eupalla con sacrifici degni della sua natura divina. A terra siamo noi con le nostre vergogne.

Fonte

Tutte le virtù dell'acclamato modulo Bagnoli

di Gianni Brera

Alla conclusione del campionato di Serie A 1984-1985, Brera celebra con piacere lo scudetto del Verona guidato dal suo Schopenhauer, "grande filosofo pessimista", della Bovisa: e pertanto grande interprete, ai suoi occhi, della tradizione italiana

Viva dunque il Verona campione d’Italia! Ha chiuso a quota 43 come la Juventus l’anno scorso e la Roma due anni or sono. Ha segnato 42 reti, che non sono molte, ma ne ha subite 19, che sono poche e fanno onore al suo impianto. Quota 43 prevede un -2 (meno due) in media inglese come dimostrano anche la Roma ‘83 e la Juve ‘84. Il Verona, ad ogni modo, ha vinto 15 volte, pareggiato 13 e perso 2: cifre altamente onorevoli sotto l’aspetto storico-statistico.

Sul tono del gioco bagnoliano abbiamo già disquisito da tempo. È ispirato agli schemi del modulo italiano. Contempla una saggia contaminatio fra zona e marcatura a uomo. Aggiunge al centrocampo, che è il nerbo della squadra, due difensori quali Marangon, terzino sinistro d’ala, e Tricella, libero; inoltre, vi richiama Fanna, ala sinistra capace di generosi recuperi difensivi, di impostazioni e rientri fulminei in azione. Giocano di punta Galderisi e Larsen. A turno entrano negli schemi delle punte i centrocampisti Briegel e Volpati, più raramente Di Gennaro, che costituisce il perno stabile di centrocampo. Bearzot riconosce nel Verona l’emulo più avveduto della nazionale (per quanto si rifà al modulo) e riconosce se stesso in Bagnoli, tecnico di piglio schietto e talora burbero, mai insensato o cattivo.

Bagnoli è un pragmatico di caratteristica indole lombarda. È cresciuto in periferia sacrificando a Eupalla dopo aver lasciato le zoccole ai margini del campo che la Ceretti e Tànfani aveva tracciato alla Bovisa. Ha fatto l’operaio e studiato la sera per diventare disegnatore meccanico. Dall’Ausonia, squadretta di liberi molto popolare nella zona del Macello a Milano, Bagnoli è passato al Milan per 75.000 lire e forse qualche pallone. È poi stato prescelto fra i quattro o cinque che Busini riteneva di dover fortificare mandandoli ai bagni sull’Adriatico. Dopo questa vacanza allo jodio e al fosforo (quello dei pesci fritti o alla graticola), Bagnoli è rientrato per tornare in fabbrica ma Busini gli ha quasi raddoppiato la paga mandandolo ad allenarsi con quelli di prima a San Pellegrino. Ha militato nel Milan giocando anche partite in Serie A: poi è stato ceduto al Verona. Sull’Adige ha preso la pleurite e, una volta guarito, anche moglie. Poi ha incominciato le peregrinazioni dei pedatori di ventura. Quando è approdato al Pallanza aveva un solo scopo: imparare il mestiere del legatore per aver posto a Verona presso la Mondadori. Dal Pallanza è passato alla Solbiatese e poi al Como. Faceva il pendolare dalla Bovisa al capoluogo del Lario. Infine è sceso sull’Adriatico ed ha vinto un campionato con il Fano. È risalito a Cesena e anche qui ha vinto il campionato di B ma non è rimasto a guidarvi la squadra promossa alla A: forse ancor prima di conquistare la promozione si era accordato per allenare il Verona in Serie B. A Verona poteva trasferire la famiglia, rimasta alla Bovisa, e questo era importante per lui più dei quattrini e della fama. Al Verona ha trovato Mascetti, lombardo come lui. Insieme hanno impostato la squadra per la promozione che hanno puntualmente ottenuto (terzo scudetto di Bagnoli).

Dopo due anni nelle posizioni di eccellenza, il Verona ha clamorosamente vinto anche il campionato di A. Il miracolo (perché non si tratta di altro) è dovuto all’impostazione d’una squadra equilibrata come nessuna e all’acquisto finalmente azzeccato di due stranieri, Briegel e Larsen. Gli artefici principali del quarto scudetto bagnoliano sono stati Garella, Fanna, Briegel e Volpati; un’unghia sotto, Di Gennaro, Tricella e Galderisi, infine Larsen e gli altri. Lo status di eccellenza tecnica raggiunta dai veronesi è garantito dal fatto che ben quattro di loro sono stati convocati in nazionale: sono Tricella, Di Gennaro, Fanna e Galderisi. Come tutti sanno, il Verona è passato in testa al primo turno e vi è rimasto fino all’ultimo. E poiché Bagnoli non ha mai potuto disporre di più di tredici elementi, era inevitabile che i neo-campioni arrivassero strematelli alla XXX giornata. Essi hanno finito sull’inerzia, come un ciclista in calando dopo una lunghissima fuga. Però il vantaggio del Verona sul secondo, che è il Torino, ammonta a 4 punti: tale margine da toglier fiato a chiunque volesse eccepire sulla sua prestigiosa vittoria. Naturalmente i neo-campioni hanno destato gli appetiti delle società più ricche e famose: Garella, il portiere taumaturgo, sarebbe già del Napoli; Marangon e Fanna dell’Inter. La perdita dei primi due non impressiona più che tanto Bagnoli: è da pensare invece che paventi moltissimo la perdita di Fanna, il quale normalmente sostiene la parte di tre giocatori tre e non potrebbe venir sostituito in Italia se non da Conti, che costa più di Fanna.

Ha compiuto grandi prodezze in rapporto alle sue modiche speranze il Torino, ragionevolmente lieto del secondo posto. Luis Radice viene considerato con Bagnoli il tecnico più bravo dell’anno. Mario Gerbi, vice-presidente del Torino, ha vinto nei miei confronti una elegante pipa di Enea Buzzi da Brebbia. Come Bagnoli ha inventato Briegel centrocampista, così Radice ha fatto del laterale d’ala Junior un regista di grandissimo piglio. Un po' sotto l’attesa si sono mossi Dossena e le due punte, l’alto elegante Serena e il fichettone Schachner, tognino con molto spirito di conservazione (la virtù cardinale degli italiani secondo Hemingway, che faceva l’autista in retrovia). Poiché non si proponeva sfracelli, il Torino e i torinisti sono soddisfatti e ovviamente sperano che le cose abbiano a migliorare l’anno prossimo. Intanto disputerà l’UEFA, che può apportare miliardi. Come il Torino saranno europee l’Inter e la Sampdoria, rispettivamente terza e quarta classificate. Per l’UEFA era favorita la Juve rispetto alla Samp: ma tutti sanno com’è andata all’Olimpico: la Lazio era sotto di 1-3 ed è riuscita nella prodezza di raggiungere i campioni in patente disarmo. Il Trap si è molto arrabbiato e quasi per convincere se stesso ha proclamato che a Bruxelles sarà un’altra cosa: ci mancherebbe che non lo fosse! Regalata dalla Juventus, la Samp ha trionfato dell’Atalanta, ormai sazia di agonismo (e di bravure), conquistando un onore da due decenni desueto a Genova. È un sintomo interessante, che di certo incoraggia un presidente pieno di svanziche e di generosi impulsi. L’ottimo Bersellini ha vinto da par suo un’altra battaglia sul clima capriccioso e ambiguo della Riviera.

L’Inter voleva molto - pur non dichiarandolo apertamente - e quindi ha avuto modo di deludere i suoi tifosi, da oltre mezzo secolo chiamati bauscioni dai milanisti, che non avevano Meazza bensì Ginìn Perversi, e perciò dagli interisti erano chiamati i casciavid (cacciaviti). L’Ernest Pellegrini, sorpreso in pizzeria da Michele, mi ha promesso anticipi superlativi, che forse non avrò per colpa dei troppi barriti denunciati nell’Inter benamata. Se l’Ernest somiglia a tutti i despoti di questa terra, pazienza; se invece è un bassaiolo d’onore, come credo, viva! Mio fondato timore è che vengano considerati punti forti dell’Inter alcuni che in realtà sono deboli. Questi equivoci portano a sgradevolissime delusioni. L’Inter del commiato ha maramaldeggiato ai danni di un Ascoli così generoso e folle da giocare alla pari per oltre un’ora. Quando ho visto affondare gli ospiti mi sono salvato affidandomi ai servizi radio-televisivi. Ho dunque appreso del Como, la cui imbattibilità casalinga non è stata interrotta dal Milan. Era quasi ovvio pensarlo salvo: ma la riprova non poteva non esaltare i cuori bennati. Si dà per certo al Milan il figliale ritorno di Paolo Rossi nel giro di affetti (e interessi) fariniani. Fratelli cacciaviti m’incalzano perché abbia a dir loro che Rossi non è finito. Certo che no! Rossi è un campione: nelle squadre avvezze per amore o per forza al contropiede, egli ha sempre fatto faville (Lanerossi Vicenza e nazionale bearzottiana); nelle squadre che gremiscono le aree avversarie, Paolino può anche non trovarsi a suo agio (vedi Juventus, quasi sempre portata a imporre il proprio gioco). Si tratta di sapere a quale modulo tattico vorrà attenersi il Milan. Roma e Fiorentina hanno beccato. Il Napoli ha vinto con quel suo prodigioso mercenario di passo a nome Diego Maradona. Il Napoli è l’ultimo dell’ottetto privilegiato e anche Allodi, dopo Marchesi, gli ha predetto il titolo nel giro di due anni. L’etimo di Allodi si rifà ai beni allodiali di Matilde: è un emiliano nato nel Veneto e cresciuto in Lombardia. Non vide me' di lui chi vide ‘l vero. Però, che lenza.

"La Repubblica", 21 maggio 1985

Nel dolore il calcio cambiò

di Gianni Brera

A quarant'anni dalla tragedia, Brera rievoca (non senza il suo tipico disincanto) i giorni di Superga e la squadra che nel nostro paese non si cesserà mai di rimpiangere

La storia attiva e passiva d'Italia è piena di date orrende: questa del 4 maggio 1949 riguarda lo sport e deve considerarsi una macabra tragedia, non immune come tutte le nostre vere tragedie da un mortificante grottesco. A Superga è perito il Torino, che giustamente venne poi ricordato come grande. Era importante, agli occhi degli italiani, come Bartali e Coppi, Nuvolari, Varzi, Ascari, Farina e Villoresi, Tenni e tutti coloro che li aiutavano a uscire dalle mortificazioni di una guerra gratuitamente perduta.

Il Torino aveva scremato il vivaio calcistico italiano con mezzi di persuasione davvero irresistibili. Il C.T. della nazionale Vittorio Pozzo, vecchio militante della squadra granata, sollecitava i migliori della nazionale giovanile ad accettare le offerte del Torino, quali che fossero, perché giocando sotto la Mole sarebbero sempre stati alla sua portata: li avrebbe seguiti e consigliati per il meglio, così da maturare al più presto per la maglia dei moschettieri azzurri.

Ferruccio Novo
Dal canto suo il presidente Ferruccio Novo, industriale medio torinese, esercitava il proprio compito assicurando ai firmatari del cartellino granata (disemm inscì) i vantaggi indubitabili dell'esenzione dal servizio militare bellico: magari sarebbero stati chiamati alle armi, però destinati a Corpi non direttamente impegnati sui fronti di operazione: ed ecco perché il campionato del '44 toccò ai misteriosi pompieri del nucleo spezzino ...

Ferruccio Novo aveva assunto prima delle inique leggi razziali l'ungherese israelita Egri Erbstein, intelligente come pochi e come pochissimi informato di calcio. Erbstein era stato nascosto da Novo con tutta la sua famiglia. Alla fine del conflitto, il tecnico tornò fuori e trovò di avere a disposizione il meglio della pedata italica. Per quanto riguarda il modulo, il Torino applicava un tantino pedissequamente il WM inglese. Pareva a Erbstein di essere all'avanguardia, ma già incominciava ad accorgersi che il modulo faceva acqua in fase difensiva. Non ne ho le prove certe, ma mi fa testimonianza lo scrittore pavese (e torinista) Folco Portinari, che ebbe modo di consultare i preziosi appunti di Egri: ad affidarglieli era stata la signorina Erbstein, di professione ballerina. Egri incominciava a parlare di geometria (cosa che feci anch'io in altra sede) e sono certo che bastasse questa intuizione a portarlo prestissimo alla scoperta degli spazi e alla più conveniente copertura dei medesimi. Il Torino aveva tutto il meglio o quasi del prosperoso (allora) vivaio italiano e poteva consentirsi tutte le licenze tattiche di questo mondo. Io però lo vidi beccare 6-2 dall'Inter di Carcano, il vecchio marpione che aveva guidato anche la Juventus del quinquennio 1931-35. Carcano aveva evoluto il metodo a W chiamandolo, come tutti, mezzo sistema. Applicando quel modulo, improntato al difensivismo uruguagio-argentino, la Triestina e il Modena avevano conquistato il secondo posto in campionato dietro al Torino, troppo potente perché i poveri cirenei della critica italiana si potessero accorgere di nulla. Il WM era di moda e perfino Pozzo, che lo aveva osteggiato, ebbe a dirmi dopo un clamoroso Doria-Torino, finito 0-5, che secondo lui i granata di Erbstein avrebbero tranquillamente battuto anche la famosa Juventus del quinquennio, proprio quella che aveva innervato la nostra prima nazionale campione del mondo. 

Ernő Egri Erbstein
Ripensando alla poderosa formazione di Erbstein verrebbe spontaneo definirla una delle più forti del mondo: il giudizio è comunque induttivo, sebbene i contatti internazionali deponessero per la sua fondatezza: era però deficitaria l' impostazione tattica, se è vero che la nazionale innervata dal Torino aveva subito un mortificante 0-4 dagli inglesi nel ' 48, proprio a Torino, e che gli stessi inglesi non irresistibili avevano perso 0-1 con gli USA due anni dopo ai mondiali brasiliani. 

Il grande Torino perì a Superga perché così era scritto che finisse quella magnifica e insieme astuta creazione di Novo e di Pozzo. Le circostanze sono note (purtroppo) nel mondo intero. Dopo un certo Italia-Portogallo giocato a Genova, il vecchio Pereira chiede al collega capitano Valentino Mazzola che il Torino si presti a giocare in Lisbona la partita che il Benfica dedica al suo più valido atleta, ormai giunto al commiato dallo sport. Il generoso Mazzola promette e Ferruccio Novo pone come condizione che il Torino pareggi l'incontro decisivo di San Siro con l'Inter, che insegue a 4 punti e non è ancora rassegnata alla sconfitta. Il capitano Mazzola accetta a nome di tutti. L'incontro finisce 0-0: il Torino è matematicamente campione. Può dunque prepararsi per l'involo di Lisbona. La trasferta in Portogallo viene considerata alla stregua d'una gita turistica. Vi prendono parte i tecnici Erbstein e Livesley, il coach inglese, i giornalisti Renato Casalbore, fondatore di Tuttosport, Renato Tosatti, capo dei servizi sportivi della Gazzetta del Popolo, e Luigi Cavallero, che è capo dei servizi della Stampa e deve farla fuori con Vittorio Pozzo per non venir lasciato in redazione dal collega più vecchio e famoso.

L'amichevole di Lisbona (pase de adios del buon Pereira) finisce 1-0 [n.d.r.: sic] per il Benfica. La comitiva torinese si affretta a raggiungere l'aeroporto dove l'attende, pronto all'involo, il Charter G 212. Tutti i gitanti sono pieni di doni per familiari ed amici. La rotta del G 212 è stabilita da tempo: l'atterraggio è previsto per l'aeroporto internazionale della Malpensa, nei pressi di Milano: qui aspetta, come stabilito, il pullman sociale chiamato Conte Rosso ...

Come è già accaduto qualche altra volta, l'aereo dribbla la Malpensa, e con quella i finanzieri delegati a fare dogana, per atterrare, inatteso, a Torino. Il cielo è coperto. Sono le ore 17,05. Il G 212 s'immerge sobbalzando in una gran nube che sovrasta le colline torinesi. Pochi istanti trascorrono ed è un orribile schianto. Tradito dagli strumenti di bordo, il pilota non si accorge di volare diritto contro la scarpata della Basilica di Superga. Nell'urto immane, l'aereo esplode come una bomba. Ai primi soccorritori si presenta uno spettacolo orripilante. Membra umane sono sparse all'intorno con i resti sconciati dell'apparecchio. Identificare i cadaveri è quasi impossibile. Il solo impavido Vittorio Pozzo ha cuore di prendersi questo compito pietoso e orrendo.

Di colpo la notizia della sciagura si abbatte sull'Italia e sul mondo. Per tutti è cordoglio e pena. Non era mai accaduto che un'intera squadra perisse a quel tragico modo. Il bilancio è terribile. La città di Torino e l'Italia perdono diciotto fra i migliori atleti che vantasse il nostro calcio. Il vuoto appare subito incolmabile. Un'intera generazione viene decapitata ... Il Torino stava sostituendosi alla Juventus nel tifo degli italiani. In Valentino Mazzola vedevano tutti il meglio del nostro calcio sopravvissuto alla guerra. Con lui sono periti almeno altri undici elementi di valore internazionale certo: il portiere Bacigalupo, i terzini d'ala Ballarin e Maroso, il centromediano Rigamonti, i centrocampisti Castigliano, Grezar, Martelli e Loick, le punte Menti II, Gabetto e Ossola, la riserva e già nazionale di Francia Bongiorni. Il lutto è atroce.

La tragedia ci appare come una maledizione biblica, non meritata dal Torino né dall'Italia. Poi, com'è fatale, se ne ricercano le cause al di fuori del tragico destino che ha consentito la sciagura. Affiorano le miserie più vili, le astuzie torbide, i sotterfugi illegali. Vi è chi parla di contrabbando di valuta e persino di droga, di un cambio di rotta improvviso per ingannare i finanzieri comandati alla Malpensa. Ahimé, nella tragedia stona qualsiasi rilievo, foss'anche ragionevole e doveroso. La realtà è tale che lo sdegno aiuta a superare la desolazione. Ma intanto quei meravigliosi ragazzi non sono più con noi. E l'acerbo rimpianto non ha fine.

"La Repubblica", 4 maggio 1989

Avanti, si gioca. Godetevi l’Italia

di Gianni Brera

Il giorno dell'inaugurazione di Italia 90, Gianni Brera intreccia da par suo i pronostici tecnici con la storia e la cultura, non solo pallonara, dei popoli presenti in mutande ai Mondiali del Bel Paese. Soprattutto esprime un timore, azzeccandoci: "Il solo pericolo può derivare dall'eccessiva sapienza tattica di quasi tutti i protagonisti, la quale potrebbe ingenerare un continuo susseguirsi di gesti ampiamente previsti e quindi stucchevoli la loro parte"

Uno dei simboli di Italia 90
La bellissima cattedrale nel deserto del San Nicola di Bari
Ha inizio oggi a Milano, con l’incontro Argentina-Camerun, la parte finale del XIV campionato mondiale di calcio. L’ambizione di organizzare questa parte finale è costata e costerà molti sacrifici al nostro Paese, che peraltro ha già ospitato la II edizione del torneo nel lontano 1934. Se la Federazione Internazionale delle Federazioni Calcistiche si è trovata d’accordo di assegnare all'Italia l’edizione numero XIV, segno è che tutti l’hanno considerata degna e all'altezza di tanto impegno. Né stupisce che qualcuno abbia approfittato, fra noi, per intorbidire le acque già fin troppo agitate sulle quali da tempo galleggiamo. Che gente saremmo, via, se non dimostrassimo quando serve (e anche quando non serve proprio) di pensarla a nostro modo? Questo Paese è libero e la lira svolazza in gaia umiltà: nessuno se ne offende al paragone e tutti si beano di poterla contare annotando poi cifre con molti zeri. Un paio di millenni or sono vigeva l’abitudine a Roma di chiamare in tribunale (diem dicere) chiunque avesse mal esercitato una carica politica o semplicemente amministrativa: nessuno potrà impedire a noi di dire il giorno a chiunque sia sospettato di avere vertiginosamente fatto lievitare i costi dei dodici magnifici stadi aperti ai mondiali. Straparlare di creste o addirittura di malversazioni è piuttosto agevole, al punto che molti ne hanno contratto il vizio orrendo: sanno tutti però che la stupidità dei ladri è proverbiale, perché un giorno o l’altro il furto aggalla, e quasi sempre paga chi merita. Convinzioni contrarie vengono nutrite alla stregua di pii desideri: ma gli onesti hanno fiducia che in ogni caso giustizia sia fatta. E questa fiducia è anche la nostra. Non per altro sfioriamo l’argomento solo all'ultimo giorno di vigilia, con l’intenzione di chiuderlo in pace, soprattutto con la nostra coscienza. 

Tornando allo sport, ammirate le opere che ospiteranno gli eventi del torneo, altro non ci resta da fare se non augurarci che anche il pubblico sia degno dell’avvenimento che ne intriga direttamente la cultura e la maturità civile. L’andamento tecnico-agonistico della manifestazione promette di per sé autentiche meraviglie. Il solo pericolo può derivare dall'eccessiva sapienza tattica di quasi tutti i protagonisti, la quale potrebbe ingenerare un continuo susseguirsi di gesti ampiamente previsti e quindi stucchevoli la loro parte. E’ il destino dei giochi troppo ispirati alla tecnica, diremmo perfino alla scienza, come è fatale che accada là dove ormai si contano i miliardi a migliaia. Fosse un fenomeno trascurabile, il calcio non verrebbe studiato con tanto impegno: e basti questa considerazione a consolare chi veramente lo ama come sport, dunque come indice primario della maturità civile e del benessere delle Nazioni. Vediamo ora, secondo consuetudine, di procedere a un pronostico di massima, esaminando a uno a uno i sei gruppi in cui sono divise le 24 protagoniste. 

Girone A: Vicini deve avere paura
Ne fanno parte l’Italia, l’Austria, la Cecoslovacchia e gli USA. So per antica esperienza che quando gli italiani si abbandonano a un ottimismo eccessivo, quasi sempre toppano amaramente. Ho dunque fondate paure che si sia esagerato nel prevedere piacevolezze e mi ha molto rallegrato sentire il C.T. Vicini chiedere a tutti maggiore prudenza nelle previsioni. Quando abbiamo dichiarata paura, siamo anche modesti e ne traiamo vantaggi superlativi. Non aspettiamoci dunque facili passeggiate: speriamo invece di venire smentiti nel nostro pessimismo. L’ho detto anche dopo la partita con il Cannes: fare gioco non è mai stato il nostro forte. Ai Mondiali, molto verosimilmente, saranno gli altri ad offrirsi: così almeno ci conviene sperare. Il solo reparto sul quale si può giurare è la difesa. Il centrocampo va soccorso, come sempre; le punte sono attese a risultati per ora imprevedibili (da qui l’abbondanza dei convocati di punta). Da parte mia, auspicabili staffette in centrocampo e in attacco, fino a che non si ottenga il meglio. L’Austria e la Cecoslovacchia si equivalgono: hanno molto orgoglio e picchiano anche lontano da casa. Penso che riescano anche esse a passare il turno e poi, fatalmente, si debbano fermare per insufficienza di ritmo.

Girone B: troppi delusi con Lobanovski
Sanno tutti degli stenti accusati dall’Argentina, incapace di rinnovarsi come sarebbe ambizione dei suoi capi. La tendenza è quella di vederne il possibile rendimento nella condizione di Maradona, divino gaglioffo della pedata mondiale. Maradona rientra fra i geni e si sottrae a qualsiasi considerazione di indole morfologica. Il modulo di Bilardo ripete quello imposto da Enzo Bearzot nei Mondiali ‘82: non si ispirasse al più acre difensivismo, non avrebbe possibilità alcuna di successo. Vediamo intanto come se la cavano i campioni in carica con i misteriosi camerunesi, forse più belli (in senso morfologico) che buoni (in senso tecnico). L’Urss ha perduto Mikhailicenko, come a dire il suo elemento di maggior classe. Due russi famosi hanno deluso in Italia, altri in Francia e Spagna. Difficile dar molto credito a Lobanovski, risicato assertore del calcio come scienza esatta. L’istinto non molto altro, per ora induce a privilegiare i rumeni, sia per la pietà umana destata dal loro popolo, sia per le molte necessità pratiche dalle quali sono afflitti. Picchiano pure, corrono, forcano, impiccano: e il loro Hagi è un asso autentico. 

Girone C: è un Brasile stile prudenza
Brasiliani e svedesi si dicono certi di passare il turno. Gli svedesi, insolitamente sbruffoni, manifestano addirittura il proposito di metter subito sotto i brasileiros. Questo atteggiamento può anche insospettire in gente di norma cauta e perfino musona. Può darsi abbiano avuto notizie particolari sui loro antagonisti più temibili (ormai si sa tutto di tutti): quello che è certo si è che gli scandinavi si sdilinquiranno se il tempo si metterà secondo solstizio. Se invece farà fresco, come finora, chissà che non siano davvero capaci di sorprese grosse e squillanti. I brasiliani vanno pronosticati per l’insolito rispetto che il loro C.T. Lazaroni nutre per la difesa: questo rispetto esprime prudenza e non la sbruffonaggine di sempre. I tre titoli del Brasile sono stati colti con tanto di doppio terzino centrale d’area: quello che in Italia, paese di estremisti infantili, si è chiamato con spregio catenaccio. Lazaroni è un ex lombardo pragmatico: le sue scelte privilegiano i lavoratori, non gli artisti. 

Girone D: tedeschi bravi senza fuoriclasse
La longanimità di don Giovanni Agnelli, occupante armato di lire, ha concesso ai milanesi la soddisfazione di applaudire i tre tognini dell’Inter benamata nella formidabile armata di Beckenbauer. Kaiser Franz sproposita che questa sua edizione è anche più forte di quella che vinse il mondiale nel ‘74. Cuntela gista, bravom! Fa un certo effetto sentir parlare di fuoriclasse da parte di questa ex primadonna. Dove li vede mai? I tedeschi sono di classe media elevata, non irresistibile. I tre che conosciamo in Lombardia corrono malvolentieri (Brehme), corrono troppo (Matthaeus) pensando poco, si agitano molto ma spesso a vuoto (Klinsmann). Di ottima classe mi pare Voeller. I limiti di Berthold sono noti. I centrocampisti sono di livello notevole, non grandioso. Ma i tedeschi meritano sempre rispetto per la serietà del loro impegno e la fondatezza del loro orgoglio. Vanno visti tra i favoriti, con Brasile e, forse, Argentina. Dell’Italia preferisco non parlare per scaramanzia. Gli jugoslavi, nostri vicini orientali, sono travagliati da dissapori etnici. Fratelli, coltelli. Pare assodato che con gli olandesi a Zagabria abbiano sprecato molte palle gol prima di arrendersi, per rabbia, agli sfottò dei croati e alle impennate di Gullit e C. A parte la bullaggine di Osim, sono d’accordo nell’ammettere possibile un gran torneo di questi ragazzi più belli e bravi che fortunati. 

Don Luisito Suarez sulla caliente panchina spagnola
Girone E: l’equilibrista Suarez fa forte la Spagna
Tre squadre (compresa la migliore terza) destinate a passare il turno: l’Uruguay, il Belgio, la Spagna. Dagli uruguagi, lo sapessimo o no, abbiamo imparato quasi tutto dopo gli anni Venti (dominati invece dai danubiani e dai mister britannici). Quello che so io è che mi hanno insegnato più di tutti, a partire dai quattro bolognesi agli interisti Mascheroni e Scarone, al grandissimo indimenticabile Pepe Schiaffino (per tacere di Faccio, degno erede di Monti, e dell’elegante Abbadie). L’Uruguay non ha la popolazione di Roma e manda per il mondo 200 pedatori di ventura. Il suo tecnico promette novità che ci riesce difficile individuare, per il momento. Ha anche garantito che gli uruguagi hanno smesso di picchiare: questa excusatio non petita allarma e insieme diverte: le ultime botte le ho viste prendere da Ciccio Graziani al Mundialito. Per rispetto e gratitudine comprendo l’Uruguay fra gli outsiders di questo mondiale. Il Belgio è rappresentato da tosti fiamminghi, capaci di strozzare chiunque per una lira: per solito ottengono risultati superiori a quelli che dovrebbe consentire un piccolo grande Paese come il loro. Li vedo lottare ad armi pari, o anche leggermente superiori, con la Spagna di Suarez, al quale vogliamo bene come quando rilanciava i disimpegni di Picchi. La Spagna accusa la decadenza del grande Real: come l’Italia, lamenta anche una smodata importazione di talenti stranieri, dai quali vengono chiusi i migliori virgulti indigeni. Come e più dell’Italia, la Spagna s’affida a tecnici stranieri che non sanno niente dei latini e dei loro abituali anzi costituzionali limiti psicofisici. Suarez ha la fortuna d’essere celtibero della Coruna: fosse di Madrid non lo soffrirebbero i catalani di Barcellona e viceversa (con un velo pietoso sui fratelli baschi). 

Girone F: tutto dipende da Gullit 
Per fondato timore dei loro teppisti, hanno mandato sulle isole i superstiti di due grandi potenze marinare, l’Inghilterra e l’Olanda. Gli uruguagi hanno insegnato che Uruguay es el padre e Inglaterra la madre del futbol. Giusto l’orgoglio uruguagio, ma un tantino esagerato. In effetti, il pallone è arrivato sul Rio de la Plata con i macellai inglesi dei frigorificos. La storia è dalla loro parte e gli inglesi lo sanno bene, anche se questo ha molto influito sul loro destino. Il calcio da loro giocato è sempre mazzolato con grossolana pervicacia: rarissimamente vedi un dribbling, un’intuizione fuori cliché, una qualsiasi trovata. Ho seguito l’Italia a Wembley e ho visto un solo inglese giocare a quel biondo: l’ala destra del Marsiglia. Tutti gli altri, castroni di coccia dura e zoccolo distorto. Schemi sempre eguali, mazzolati con molta prosopopea. Non gli do un’unghia di credito e forse sbaglio. Tant’è. Gli olandesi, quelli sono ben altra gente. I loro splendidi mulatti hanno vero genio. Se ritrovano Gullit possono competere per il titolo mondiale, che sarebbe il primo della loro storia sciupona. La sola riserva mi viene imposta da Koeman II, il biondone che gioca libero e ricorda, capelli a parte, il lento a girarsi Di Bartolomei. Van Basten è un asso di rara eleganza: se ha voglia (leggi coraggio), nessuno al mondo lo vale. E poi c’è Gullit, fantasia e potenza, generosità e follia; e poi Rijkaard, uomo serio e buono. Insomma, se non si sdilinquiscono al caldo, inglesi e olandesi passano con l’Eire generosa. 

Ma poi andrà avanti la sola Olanda, e troverà la Germania, l’Italia, il Brasile, l’Uruguay, l’Argentina, la Romania, la Jugoslavia, la Svezia. Credo anche di sapere quali saranno le quattro semifinaliste ma non lo dico per non far torto a nessuno, nemmeno a me stesso, per una dannata volta. L’augurio, comunque, vale per tutti: godetevi i Mondiali e che Eupalla vi premi con buoni spettacoli di calcio.

"La Repubblica", 8 giugno 1990

E ora non scordiamo la morale del Mundial

di Gianni Brera

Un paio di giorni dopo la finale Gianni Brera tirò un bilancio del secondo Mundial messicano sulle colonne di "Repubblica" non mancando di esaltare la bontà e l'efficacia del suo amato gioco difensivo, contro tutte le cicale del "bel gioco"

San Giovanni non ha fatto inganni. Il calcio argentino ha avuto il fatto suo smentendosi finalmente secondo che esigeva il buon senso. Nessun Paese al mondo ha mai prodotto tanti campioni quanti l’Argentina: ma sempre aveva perso i grandi appuntamenti con la storia per innata stronzaggine dei suoi prodi. Anche questa volta la stupidità stava per trionfare. Il povero dottor Bilardo veniva perseguitato perché si apprestava a snaturare (?) el gran juego argentino. Roba da vomitare, pensate un po’: quel rozzo voleva un libero fisso alle spalle dello stopper (o degli stoppers): non voleva Passarella, gran cannoniere al cospetto del Signore; sopportava il solo Maradona, e gabellandosi per fine psicologo lo induceva a farsi più uomo, a ragionare da uomo-squadra, non più da solista mero. Il dottor Bilardo verrà presto imprigionato come indegno. Ha vinto ma ha smentito gli imbecilli, in un paese che ne vanta a milioni (Italia e Spagna sono buonissime fornitrici). Presto rimetteranno fuori il capino fatuo gli amatori del "bel gioco", dello spettacolo fine a se stesso: il calcio pratico verrà deplorato come si merita. Gli argentini ricominceranno a mancare appuntamenti con la storia. Finché non rinascerà un Bilardo dalle ceneri inconsunte dell’intelligenza. E così sia.

29 giugno 1986, Estadio Azteca, Ciudad de México
Diego Armando Maradona e Lothar Herbert Matthäus
Il "nondum matura" di Esopo ci è già pervenuto da Zagalo, che ha sempre fatto il contrario di quanto asserisce ma forse non ne aveva coscienza. E’ stato lui il primo a battere in breccia il WM inglese: c’era stato Prini-Fiorentina in Italia ma nessuno se n’era accorto, a incominciare dal povero Bernardini dottor Pedata (1956). Era molto argentino anche il dottor Pedata: anticipò di due anni il Brasile ‘58 ma non ne fece nulla perché sul piano teorico predicava all’inglese (e razzolava bene per sola fortuna sua, non del calcio italiano, Dio lo perdoni). Zagalo ha deplorato questo XIII Mundial tacciandolo di eccessi difensivistici. In un brasiliano è perfettamente normale. Anche perché i brasiliani sono tornati a casa per tempo, meritando pienamente di tornarci. Pretendevano di giocare con i simboli, come Valcareggi nel ‘74.

L’Argentina mi ha dato, vincendo, una soddisfazione che solo i tedeschi, vincendo, avrebbero potuto darmi. Ho visto subito forte l’Argentina, come sanno i miei lettori. Mi sono molto meravigliato quando dalla direzione mi hanno chiesto spiegazioni sul difficile status dell’Italia, così deludente con gli argentini. Siamo stati i soli a non perderci, con quella squadra insolitamente pragmatica. A me pareva un miracolo: agli italiani, poareti, uno sconcio. Vedo che adesso si sono accorti tutti di Burruchaga. Io l’ho visto pazziare duettando con Giusti e, in seguito, con Maradona l’immenso. Dopo un inizio folgorante, mi ha deluso Valdano. Ma certo è difficile emergere, quando si pirla intorno a dei giganti. Maradona è stato salutato come il dio della pelota in terra. In certi acuti ha superato Pelé, che nel complesso non valeva (ripeto, per me) Alfredino Di Stefano. Per Pelé si deforma anche la storia, assegnando a lui il mondiale ‘58, nel quale fu timido comprimario, e ancora il ‘62, nel quale giocò una sola partita. L’apporto di Pelé fu determinante nel ‘70, non in Svezia, dove grandeggiarono Didi, Vavà, Garrincha, Bellini, Orlando e Zagalo, e neppure in Cile, dove grandeggiò su tutti Garrincha, e poi Mauro, il libero, e quel caro mattocchio di Amarildo.

Avvicinandosi la finale, tutti stravidero per Maradona e consigliarono a Beckenbauer di marcarlo ad personam, diversamente da quanto avevano fatto inglesi e belgi. Beckenbauer ha cancellato quasi Maradona, dimostrando indirettamente, e suo malgrado, che l’Argentina era fatta di undici elementi, non di uno. Poiché la Germania ha perso, tutti hanno creduto di capire che la colpa era del tecnico, il quale aveva snaturato il centrocampo tedesco dedicando Matthaeus alla guardia di Maradona. Queste le son gratuite fregnacce. Beckenbauer è bravo e intelligente: con la gente di cui disponeva ha fatto il massimo. Ha imposto il nerbo e la serietà della sua rassa (meglio sarebbe dire della sua Kultur: le razze tedesche sono quattro: nordica, baltica, falica e alpina). Molto immodestamente dirò di sentirmi fiero per aver capito che i tedeschi erano forti proprio il giorno in cui le cicale danesi li hanno messi sotto. In verità avevano creato e poi sbagliato 5 palle gol. Purtroppo non avevano attaccanti. La riesumazione di Kalle Rummenigge è un merito di Beckenbauer, il quale non ha colpa se Allofs e Voeller sono meno agili di Galderisi e valgono quanto lui. La Germania è andata avanti imponendo un metodo difensivo, come l’Argentina. E naturalmente molti diranno che ha usurpato il posto in finale.

18 giugno 1986, Estadio La Corregidora, Querétaro
Ricardo Gallego Redondo e Preben Elkjær Larsen
Il calcio è difficile e può esser visto in molti modi: però ha sempre più ragione chi vince. I russi giocavano un bel calcio, spensierato e quindi fesso. Sono tornati come i danesi, che producevano un calcio anche più bello: ma quando veniva chiamata in causa la loro difesa erano persi. Ai francesi sono mancati Platini-regista e le punte, troppo brocche in confronto del centrocampo. Ha segnato parecchio Platini ma da solo non poteva bastare: e in centrocampo riposava. Era la metà del campione conosciuto gli altri anni in Italia. Merito di un tecnico è portare al grande appuntamento la gente nella forma migliore. Bilardo vi è riuscito a differenza di Michel. E vi è riuscito Beckenbauer, confortato - come Bilardo - dalla ferrea convinzione difensivista. Il Belgio si è anche difeso ottenendo risultati superiori ai suoi mezzi. In attacco non aveva che Ceulemans: Scifo è grazioso ed elegante: batte bene: per ora non ha la stoffa del regista: tanto meno è goleador (a parte l’abilità balistica sui calci franchi). La Spagna ha fatto cinquina con i danesi, del tutto dimentichi di avere anche una difesa. La superiorità pratica del difensivismo, rispetto all'offensivismo, è data proprio da questo: che per segnare, Elkjaer deve essere in vena; mentre per opporsi a Elkjaer basta una metodica tenacia: inoltre, può soccorrerti anche la fortuna, inducendo il goleador a sbagliare malamente. Con la Spagna ha fatto prodezze Butragueo, che nessun danese si è degnato di notare. Marcato a modo, l’Avvoltoio è piccione come gli altri.

Sui pianti destati dall'Italia è carità di patria non tornare. I nostri magnifici azzurri sono ai bagni. Bearzot è scomparso. Vecchiet non merita di venir disturbato. Per uno degli infiniti transfert di cui approfittano gli italiani, tutti sono felicissimi del titolo mondiale toccato all'Argentina e in particolare a Maradona, che si è deliziosamente allenato a spese del Napoli. La situazione ricorda quella, tristissima, evocata da una barzelletta romana. Dice: "Noantri semo poveri e gite nun ne famo. La domenica si sta a casa. Nostro padre legge il giornale. Ogni tanto tira du’ scorregge e noi tutti intorno a ride".

"La Repubblica", 1 luglio 1986